L’estate è ai titoli di coda e ci ha insegnato molte cose, il mese di agosto in Italia è sempre stato un incubatore di crisi, ma in questo periodo è successo qualcosa di notevole, un cambiamento intimo che coincide con la scomparsa dell’effetto nostalgia. Il «si stava meglio quando si stava peggio» non funziona più ed è una delle ragioni della stabilità del governo. L’opinione pubblica non cerca la restaurazione dei «bei tempi andati», perché ha un ricordo vivo (e penoso) del caotico succedersi dei governi del litigioso centrosinistra (tre in in cinque anni, Letta, Renzi, Gentiloni), dei format sperimentali e ribaltonisti, tanto meno sogna la riedizione di esecutivi tecnici (Draghi). La vittoria del centrodestra nel 2022 ha aperto un nuovo ciclo che corrisponde a una ritrovata sintonia tra maggioranza e corpo elettorale.
Questa rivoluzione silenziosa provoca lo smarrimento delle sinistre, delle magistrature, dei salotti della finanza e dell’editoria. Ogni loro tentativo di sovvertire il risultato elettorale è fallito. Perché non c’è nessun rimpianto per il progressismo: non ci sono stati moti di piazza quando il governo ha tagliato il reddito di cittadinanza; il Paese non è esploso quando si è fermato il bancomat del Superbonus; non abbiamo visto le barricate quando il Parlamento ha detto sì alla separazione delle carriere dei magistrati; non si è incendiata la piazza quando il governo ha dato un giro di vite sull’immigrazione irregolare. La premier a Rimini ha lanciato la fase finale della legislatura, alcuni vedono una «democristianizzazione», altri un nuovo «centrismo», l’opposizione parla di «propaganda». Nessuno ha usato la parola magica della storia dei grandi partiti, la politica di Meloni è «popolare». La ascolti, vedi la differenza e non provi nessuna nostalgia per chi c’era prima.