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Quanti pregiudizi (smentiti) sulla presidenza Reagan

Dopo la sua elezione la sinistra italiana parlò di "inquietudine mondiale". E quella europea salì sulle barricate. Ronald, invece, cambiò la storia
di Antonio Socci mercoledì 21 gennaio 2026

4' di lettura

Un pericolo pubblico si aggira per il mondo. La Cina comunista che dilaga - oltreché in Europa e Asia - perfino in Africa, Sudamerica e punta all’Artico (oltreché su Taiwan e il Pacifico)? La Russia di Putin che sta devastando l’Ucraina e ha 5 mila testate nucleari? L’Iran khomeinista che spara sui manifestanti? Il terrorismo islamista? Macché! Il Nemico ha il ciuffo biondo e la bandiera a stelle e strisce. È lui il terrore delle élite europee. È lui che allarma. Tutti i Buoni gli danno addosso! Al rogo il Cattivo! L’assalto a Donald Trump, a cui si assiste in questi giorni da parte dei media e dei politici europei, impressiona per l’accanimento corale, l’irrazionalità, la mancanza di visione geopolitica, la dilettantesca reattività di certe cancellerie europee, con ovvi autogol (fra le poche eccezioni: Giorgia Meloni). È in corso una vera e propria mostrificazione. Ma certi travasi di bile, a ben vedere, manifestano la disperazione di un establishment che sa di essere al capolinea. Strillano contro Trump come se fosse la fine del mondo, ma in realtà è la fine del loro mondo che temono. Tuttavia non c’è nulla di nuovo sotto il sole. Accadde già nel 1980, quando fu eletto alla Casa Bianca Ronald Reagan. Fu considerato un pericoloso guerrafondaio ultraconservatore, un reazionario da caricatura, un attore di serie B, un cowboy.

Ebbene, è stato probabilmente uno dei più grandi presidenti della storia americana. Basti dire che portò alla resa il micidiale impero del comunismo sovietico e, quel che più conta, grazie al forte accordo con il Papa polacco e a ciò che Giovanni Paolo II aveva suscitato in Polonia, riuscì in questa storica impresa senza una guerra, senza il minimo spargimento di sangue. L’Impero del Male, sotto il peso dei suoi fallimenti, di fronte alla pressione americana, si dissolse senza un vetro rotto. Qualcosa di inimmaginabile. Eppure Reagan all’inizio era stato accolto più o meno come Trump. Gennaro Sangiuliano, nel libro Reagan: Il presidente che cambiò la politica americana, ricorda che «il presidente della Repubblica Sandro Pertini inviò un messaggio di congratulazioni ma i giornali - sbagliando - lo interpretarono come il “monito di Pertini”, perché in un passaggio aveva chiesto di operare nell’interesse di “tutta la comunità internazionale”». Poi cita ciò che scriveva La Stampa: «Gli elettori affascinati dalla politica energica proposta da Reagan: ma è possibile la forza oggi?». L’unica eccezione, nei media, fu Indro Montanelli, con il suo Giornale: «Di Reagan ho un concetto ultrapositivo». Tutti gli altri contro. La prima pagina dell’Unità del 6 novembre 1980 è emblematica. Titolo di apertura: «Inquietudine nel mondo per la vittoria di Reagan». Il buon senso suggeriva casomai inquietudine per l’Urss che, con i missili SS20, aveva messo sotto tiro tutta l’Europa, quell’Urss che undici mesi prima aveva invaso l’Afghanistan e che stava progettando la distruzione di Solidarnosc (avverrà con il colpo di stato del dicembre 1981). Ma secondo il giornale del Pci il mondo era inquieto per l’elezione di Reagan. Sotto quel titolo ce n’erano altri: «La svolta negli Stati Uniti rischia di aggravare le tensioni internazionali», «Allarmate reazioni in tutta l’Europa» e «Si fa pressante la necessità di nuove iniziative di pace».

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Come se il rischio per la pace venisse dal nuovo presidente americano e non dall’Urss. Infatti, quando nel 1980-1983 Reagan rispose agli SS20 sovietici con gli euromissili, la sinistra organizzò un chiassoso movimento pacifista. Lo squilibrio prodotto dagli SS20 aveva portato l’Europa vicino a un conflitto nucleare. La forte reazione americana lo scongiurò e innescò la crisi che avrebbe portato l’Urss al crollo. Reagan, come oggi Trump, si trovò a dover risollevare un’America annichilita dal disastro di Carter, per la disfatta in Iran e per il confronto con l’Urss. Anche Reagan, come Trump, dovette combattere una battaglia culturale interna perché gli Stati Uniti erano stati travolti dalla tempesta ideologica del ’68 e dalla sconfitta del Vietnam. Dominava il sinistrismo. L’influenza e il peso internazionale degli Stati Uniti erano al punto più basso. L’Occidente era in ritirata. Il successo della presidenza Reagan, in quel decennio, fu il successo dell’Occidente e dell’Europa che in quei primi anni Ottanta, sintonizzandosi con il vento nuovo che arrivava da oltreoceano, superò la sbornia ideologica degli anni Settanta (c’era la Thatcher in Gran Bretagna, Kohl in Germania, in Italia Cossiga, Spadolini, Craxi e Forlani). Oggi la situazione è più difficile. Senza il consenso maggioritario dei loro popoli, molte cancellerie europee, insieme al baraccone burocratico della UE, remano contro gli Stati Uniti di Trump e contro l’unità dell’Occidente. Magari strizzando l’occhio ai cinesi. È la china suicida da cui la Casa Bianca ha messo in guardia l’Europa nel documento sulla strategia della sicurezza nazionale. A novembre ci hanno detto: attenti, così siete alla frutta. Speriamo di non essere ormai arrivati alla grappa.

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