Il “campo largo” del centrosinistra riparte dalla lotta armata della resistenza palestinese. Ieri i quattro leader della coalizione - Elly Schlein (Pd), Giuseppe Conte (M5S), Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni (Avs)- hanno incontrato a Roma Fadwa Barghouti, moglie del leader di Fatah da 24 anni in un carcere israeliano, dove sta scontando cinque ergastoli per altrettanti omicidi di cui è stato riconosciuto colpevole dai giudici dello Stato ebraico. L’incontro è andato in scena presso la sede dei gruppi parlamentari di Montecitorio. L’evento - che avviene nell’ambito della campagna internazionale di liberazione del leader palestinese è stato contestato con durezza sia dal ministero degli Esteri di Israele, sia dall’ambasciata di Gerusalemme in Italia, che in un post su X primae in una nota poi hanno definito una «vergogna» la passerella per Barghouti, che «sta scontando diversi ergastoli per l’omicidio di civili innocenti» nel corso della cosiddetta “seconda Intifada palestinese”. L’ambasciata ha attaccato «i leader di Pd, M5S e Avs», che chiedono la «liberazione di un terrorista con le mani sporche di sangue. Questa è apologia del terrorismo». E oggi si replica al Comitato permanente sui diritti umani nel mondo, istituito presso la Commissione Esteri della Camera: alle 8,30 è in programma l’audizione di Fadwa Barghouti.
A suo marito sono attribuiti questi fatti di sangue: l’omicidio del monaco greco Tsibouktsakis Germanus sulla strada tra Gerusalemme e Ma’ale Adumim (2001); l’omicidio di Yoela Hen nel 2002 alla stazione di servizio di Givat Ze’ev; l’assassinio di Eli Dahan, Yosef Habi e Salim Barakat al “Seafood Market” di Tel Aviv (2002). Tutto in nome della resistenza palestinese, di cui Barghouti ha rivendicato il diritto all’azione al punto da costituire nel 1994 il gruppo Tanzim, affiliato al movimento Fatah di Yasser Arafat. «Non sono un terrorista, ma non sono neppure un pacifista», ammise l’uomo al Washington Post. Barghouti ha sempre respinto le accuse, dichiarandosi innocente, ma per Israele è un «assassino», come detto dal premier Benjamin Netanyahu, per il quale «chiamarlo politico è come considerare Bashar Assad un pediatra». Eppure per Bonelli e gli altri leader dell’opposizione abbiamo a che fare con il nuovo Nelson Mandela di cui si chiede la «liberazione». «È il Mandela palestinese», ha detto il leader di Avs prima di lanciarsi in una nuova invettiva anti-israeliana. «A Gaza continua lo sterminio del popolo palestinese», ha tuonato Bonelli, «siamo di fronte a uno sterminio pianificato, lo stupro e la tortura sono uno strumento quotidiano di condizionamento dei detenuti palestinesi».
In un post pubblicato su X, il collega Fratoianni è stato lapidario: «Liberare Marwan Barghouti e tutti i detenuti palestinesi dalle carceri di Israele». Conte non è stato da meno: «Dobbiamo continuare a batterci per la causa palestinese. Non dobbiamo spegnere i riflettori, la questione palestinese non è risolta». E Barghouti, evidentemente, è il simbolo di questa lotta. Schlein ha ricordato che il suo partito, il Pd, insieme agli alleati ha depositato «in questo Parlamento una mozione unitaria che chiedeva il pieno e immediato riconoscimento dello Stato di Palestina», come richiesto anche ieri dalla signora Barghouti. La battaglia continua: «Abbiamo confermato il nostro pieno supporto e la solidarietà alla campagna internazionale per la liberazione di Barghouti, un simbolo di unità per i palestinesi. A Gaza continuano i crimini del governo Netanyahu». E oggi si replica. Schlein ha annunciato che della sorte di Barghouti parlerà al pre-vertice dei socialisti e democratici europei di Bruxelles: «Sarà un’altra occasione per portare anche la testimonianza che abbiamo ascoltato questa mattina (ieri, ndr) da Fadwa Barghouti e degli altri prigionieri palestinesi».