Dopo il primo lancio, sabato, della campagna di comunicazione del Pd sul referendum in materia giustizia, ieri alle 13 è stata lanciata la seconda. Come nel caso della prima tranche, anche questa volta è stata pubblicata sui social contemporaneamente sulle pagine nazionali e su quelle locali del Partito democratico. Per moltiplicare l’effetto. Così come l’annuncio dell’orario di pubblicazione è funzionale a creare un’attesa (e quindi chiamare a raccolta i followers).
UN CAROSELLO
Il post è il classico “carosello” (più immagini con scritte che si susseguono). Rispetto al primo lancio, che puntava a spiegare le ragioni del No («per difendere la Costituzione», per dire no «alla legge del più forte», per dire no «a un governo che pretende l’impunità» e no «a una giustizia controllata dal governo») quello pubblicato ieri gioca a smontare gli argomenti usati dalla maggioranza o, meglio, dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, come si mette in chiaro subito nella prima card. Il bersaglio è l’affermazione, definita “fake news” e “bugia”, secondo cui la riforma renderebbe la giustizia più efficiente. Significativa, innanzitutto, è la scelta di “politicizzare” il quesito, rivolgendosi direttamente alla premier, così da indicare con chiarezza la posta in gioco su cui votare e il volto “vero” della riforma: Meloni. Nella prima immagine, infatti, si vede la premier e sotto la frase: «la riforma rende più efficiente la giustizia», chiosata in maiuscolo dalla scritta «falso». Scorrendo il post, si riporta il video in cui il 18 marzo scorso il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, affermava che la riforma non ha affatto lo scopo di migliorare l’efficienza dell’amministrazione giudiziaria.
«Meloni smentita dal suo ministro», si legge in sovraimpressione. Scorrono, quindi, nel carosello, quattro successive immagini con altrettanti No scritti in grande: «questa riforma rende più veloci i processi? No», «questa riforma stabilizza i 12mila precari della giustizia?, No», «questa riforma evita gli errori giudiziari? No». Il quarto No è «a una riforma che non risolve i problemi della giustizia». La sintesi è affidata alla didascalia sotto il post: «Giorgia Meloni è stata smentita dal suo stesso ministro della giustizia Nordio: la loro riforma non avrà alcun effetto sull'efficienza della giustizia italiana».
La campagna, studiata dall’agenzia di comunicazione che si sta occupando dei messaggi elettorali dei dem, segna un cambio di passo nella strategia del Nazareno. Dopo mesi in cui il tema del referendum sulla separazione delle carriere era stato quasi ignorato, mentre si era preferito puntare su altri argomenti, ora Elly Schlein ha deciso di fare un investimento forte. Politico, organizzativo, comunicativo. Non è che una risposta, si spiega al Nazareno, al «battage» comunicativo di Fratelli d’Italia, che quasi ogni giorno pubblica post a difesa del sì al referendum. Meloni, si dice ancora, ha investito tutto sul referendum. E il Pd ovviamente non può che rispondere.
L’impressione, però, a sondare tra i dem, è che sia cambiata anche la percezione del referendum. E che si siano aggiunte valutazioni che fanno consigliare un comportamento più aggressivo, una scommessa più alta. Mentre, fino a poche settimane fa, si pensava che il Sì fosse decisamente in vantaggio e che, quindi, fosse rischioso cavalcare il No, temendo un boomerang, ora il ragionamento è cambiato. Sondaggi interni dicono che il No sta recuperando posizioni e che, dunque, la partita è aperta. E se davvero la riforma fosse bocciata, si dice, potrebbe segnare l’inizio del declino per Meloni. Da compiere nelle elezioni politiche. Oltre a questo, si aggiungono due riflessioni. La prima è che non si vuole lasciare che Giuseppe Conte si intesti, da solo, la battaglia del No. Vada bene o vada male, se il leader del M5S è l’unico a sostenere la campagna, viene rafforzata la sua immagine di paladino della sinistra e dell’Anm. Il secondo ragionamento riguarda, invece, la leadership di Schlein.
IN ATTESA
Sono in tanti, nel Pd, ad aspettare una sua scivolata. Con l’avvicinarsi delle Politiche, arriverà la resa dei conti su chi farà il candidato premier (questione ancora irrisolta). La sconfitta del No al referendum potrebbe essere usata come arma per dire che non è adatta a guidare lei l’armata. Insomma, per dirla con un dem, «ha capito che rischia la pelle». E siccome non ha nessuna intenzione, Schlein, di venderla a chicchessia, è scesa in campo.