Dio benedica questi energumeni dell’Ice, perché ci permettono di rispolverare l’album di famiglia, simulare la nostra adolescenza (im)politica, evitare il fastidioso esercizio della proposta per inscenare l’eterno ritorno della protesta. Yankee go home, e a ruota il governo cripto-fascista e filo-americano (anzi, “amerikano”, come scrivevamo in quei “formidabili” anni Settanta da cui non siamo mai usciti, in primis quelli di noi che non erano manco nati). Più o meno, volontario o inconscio, è il clima diffuso a sinistra attorno all’ennesimo “caso” montato dalla Ditta politico-mediatica: la presenza di un pugno (in senso metaforico, per l’amor di Dio) di agenti Ice al seguito della delegazione statunitense alle Olimpiadi di Milano-Cortina.
Nella realtà, come hanno chiarito sia il ministro degli Esteri Tajani sia l’Ambasciata americana, si tratta di funzionari (nell’ordine delle unità) che forniranno un supporto informativo e di intelligence al Secret Service e alle autorità italiane, a cui rimane ovviamente il monopolio della gestione della sicurezza. Peraltro, funzionari già in servizio nel nostro Paese presso ambasciate e consolati, non esaltati col mitra e il passamontagna (l’Immigration and Customs Enforcement è la seconda agenzia federale dopo l’Fbi e ha quindi chiaramente professionalità composite e variegate, non sono “le milizie di Trump”, già solo perché le istituì George W. Bush nel 2002). Nella narrazione, stiamo assistendo alla calata delle SA d’Oltreoceano, orde barbariche dal grilletto facile pronte a trasformare le nostre strade nell’Ok Corral. Per inciso sì, l’America è una nazione-civiltà nata anche sulla Colt, perché scaturita dall’avanzata metro per metro della Frontiera da un oceano all’altro e quest’anomalia è intrecciata con la grande anomalia libertaria a stelle e strisce (se lorsignori volessero uscire un attimo dalla comfort zone di letture luogocomuniste si consiglia Il significato della frontiera nella storia americana del grande storico Frederick Jackson Turner), ma non è questo il punto.
Il punto è che a costoro interessano solo le loro caricature ideologiche in serie, per cui pochi funzionari diplomatici dell’Ice diventano bande di pistoleri e infine “le squadracce di Trump”, come sbraita il duo comico che dà la linea alla sinistra italiana (Elly da tempo insegue), Fratoianni&Bonelli. È il segnale, il richiamo della foresta anti-imperialista e anti-yankee (perché l’Impero è sempre la più grande democrazia del globo, of course, nessuno si interroga sul concetto di diritto che coltivano le forze di sicurezza al seguito della delegazione cinese, per fare un esempio non a caso). Interviene Giuseppe Conte: «Gli agenti dell’Ice verranno in Italia, non possiamo permetterlo» (detto da un presidente del Consiglio che in piena pandemia fece scorrazzare nel Belpaese la missione «Dalla Russia con amore», composta da 104 militari e 2 epidemiologi, non proporzioni esattamente rassicuranti, e non parliamo esattamente di una potenza amica).
Le opposizioni tutte pretendono l’informativa in Parlamento, per cui il governo deve seriamente riferire delle scelte di personale compiute dall’amministrazione americana, un oceano e almeno sei fusi orari di distanza. È l’americanofobia, ultimo stadio di quella che Sir Roger Scruton chiamava “oicofobia”, l’odio di sé che attanaglia le classi progressiste occidentali, soprattutto l’odio per quella parte di Occidente che ha garantito nei decenni la libertà e la sicurezza dell’altra. Sono gli anni Settanta permanenti da cui non hanno mai smobilitato, al posto di Ho Chi Minh nel pantheon svetta Maduro, e a breve temiamo Khamenei. Tutto, purché sia contro il Grande Satana.