Genova 2001, Torino 2026. La prima città fa venire in mente il corpo senza vita di Carlo Giuliani, i massacri dei manifestanti alla Diaz, le torture nella caserma di Bolzaneto. La seconda città, Torino, ci restituisce le immagini aberranti di un poliziotto a terra accerchiato, colpito, preso a calci, pugni e martellate. Fotogrammi di un video che non sarà a lungo cancellato dalle menti e dalle coscienze degli italiani. L’agente a terra su cui infieriscono gli antagonisti è immagine simbolica, emblematica, possiede una potenza narrativa semplice e indistruttibile che ribalta la generazione di senso delle disastrose fotografie di Genova 2001.
Che significa questo ribaltamento e che cosa comporta davvero? Se il corpo del ventenne Carlo Giuliani, la pozza di sangue vicino alla testa ancora protetta dal passamontagna, certificava una tragica gestione dell’ordine pubblico, un fallimento dello Stato (la morte di un ragazzo è sempre una sconfitta) e l’insorgere nell’opinione pubblica di una valutazione del tutto negativa dell’operato delle forze di polizia, cui hanno coadiuvato nel tempo libri e film a tema, il video del pestaggio al poliziotto rimette a posto i pezzi del puzzle: quella divisa rappresenta infatti lo Stato, quella violenza determina il necessario spartiacque tra chi sta dalla parte giusta e chi si colloca contro il patto fondativo che fa nascere la stessa autorità statale. Cioè tu Stato mi garantisci sicurezza e protezione e io cittadino ti consento il monopolio della forza col rispetto che ne consegue.
Questo “contratto” a Genova era stato messo in discussione, con la relativa compromissione dell’immagine delle forze dell’ordine. Oggi si può dire che quella percezione di lunga durata è archiviata. Il poliziotto-vittima, il poliziotto preso a martellate, ci interroga, ci chiede di schierarci, lo chiede soprattutto a una sinistra che per troppo tempo ha flirtato con i violenti dei centri sociali e con i cortei dove si balla al ritmo dello slogan tout le monde deteste la police. Relazioni pericolose che sono giunte quasi alla santificazione dell’anarchico Alfredo Cospito. Ora si volta pagina, si deve voltare pagina.
Se dopo Genova Luciano Violante accusava la destra di essere regista dei disordini di piazza, oggi lo stesso Violante afferma che la violenza mascherata da diritto di manifestare va fermata. Si è tentato ancora, contro il governo Meloni, di riutilizzare la tiritera iniziata proprio a Genova sugli agenti “manganellatori”, cattivi, istruiti al verbo della repressione ma quel video ha rovesciato la retorica, ha frantumato la pretesa di relegare tra i cattivi i poliziotti, ha fatto emergere che tra i buoni quelli dei centri sociali non possono albergare perché da sempre animatori della piazza eversiva. Quel video è la prova. E non ha torto chi profetizza in un futuro molto vicino una saldatura tra l’antagonismo anarchico e l’islamismo radicale per colpire al cuore il potere “fascista”.
Da Genova in poi la sinistra aveva accettato senza rimorsi il collegamento che appariva naturale e corretto con le forze antisistema. Il video del pestaggio al poliziotto ha costretto i leader della sinistra a guardare in faccia la realtà e ha scombinato loro i paradigmi oratori. Non si è credibili se si denuncia la deriva autoritaria e poi si dà solidarietà ai poliziotti aggrediti e insultati. Le due cose insieme non possono più stare dopo quel video. Ora devono scegliere e ricominciare da capo a costruire una loro credibile posizione sugli antagonisti, ex disobbedienti, ex tute bianche ma sempre con lo stesso metodo praticato: la guerriglia urbana, la devastazione. La favoletta dei manifestanti pacifici da una parte e di pochi black bloc infiltrati dall’altra non se la beve più nessuno.
Scegliete, compagni. Voltate le spalle ad Askatasuna e recuperate il Berlinguer che si diceva pronto a sventare «le manovre e le provocazioni che vogliono sovvertire la nostra convivenza di uomini liberi».