L'epoca del celebre slogan clintoniano ''It's the economy, stupid!'' è finita. A dirlo è Romano Prodi, in un dialogo con Domenico Petrolo contenuto nel saggio "La stagione dell'identità" (FrancoAngeli). Oggi, sostiene l'ex presidente del Consiglio e della Commissione europea, "l'economia continua ad avere un ruolo centrale nella vita delle persone, ma ciò che determina le scelte degli elettori è l'identità", mentre la sinistra "continua a non capirlo". Secondo Prodi, il passaggio è ormai strutturale: le promesse economiche non bastano più e non convincono. L'identità è diventata "l'unico vero fattore che unisce", il collante capace di tenere insieme elettorati anche molto diversi tra loro. È lo stesso meccanismo che regge slogan come Make America Great Again: al di là delle proposte concrete, spesso contraddittorie, ciò che funziona è l'idea semplice e totalizzante di appartenenza, il "fare di nuovo grande l'America", un messaggio identitario che crea coesione e offre un senso immediato in una fase storica segnata dall'incertezza.
Questo schema, osserva Prodi, non riguarda solo gli Stati Uniti ma è evidente anche in Europa, dove le forze populiste e nazionaliste avanzano facendo leva su quella che definisce una vera e propria "politica della nostalgia". Prodi cita la sua recente esperienza in Polonia, Paese profondamente trasformato dall'integrazione europea, con salari più alti, infrastrutture moderne e una protezione sociale rafforzata. Eppure, pochi mesi dopo aver celebrato i benefici dell'Unione, gli elettori hanno scelto un presidente euroscettico, "ancorato al passato".
Il paradosso, spiega, si chiarisce proprio guardando alla dimensione identitaria. In molti Paesi dell'Europa orientale l'Unione viene percepita come una forza che ha "indebolito o cancellato le radici'', siano esse religiose o politiche. "L'identità è una cosa molto, molto complessa, non è uguale dappertutto", sottolinea Prodi, e non può essere trattata come una variabile secondaria. Alla base di questo processo c'è un mutamento profondo del desiderio collettivo: "la priorità del desiderio è stata sostituita dalla paura di perdere ciò che già si possiede". Quando prevale la sicurezza, le società tendono ad aprirsi; quando domina la paura, si chiudono. Ed è qui che, a giudizio di Prodi, la sinistra mostra una difficoltà strutturale. Il giudizio sulle forze progressiste è netto.
"La sinistra oggi non parla neanche di numeri", osserva l'ex premier. "Guardi il Partito Democratico: parlano di principi, di concetti astratti. Anche quando affrontano il tema della sanità, lo fanno in modo generico, riducendo tutto alla richiesta di 'più fondi', senza una visione concreta o un progetto reale". Il risultato è una distanza crescente dai territori colpiti dalla deindustrializzazione, dove le persone non hanno perso solo un reddito, ma anche un ruolo sociale. "Oltre al reddito, hanno perso anche la propria identità" Le destre, al contrario, hanno compreso questo smarrimento e se ne sono fatte interpreti. In questi contesti il conflitto si sposta rapidamente. Quando un posto di lavoro scompare, spiega Prodi, "qualcuno deve essere indicato come il responsabile". Non necessariamente l'immigrato che "ruba" il lavoro, ma un altro Paese, un'altra economia, un'entità percepita come ostile. È così che prendono forma l'ostilità verso la Cina, verso la Germania o verso l'Europa stessa. L'identità si rafforza individuando un nemico.