Il centrodestra fa quadrato attorno ai cosiddetti “vannacciani” che, con fine spirito democristiano, votano la fiducia al governo, ma si sfilano sul decreto Ucraina. Un distinguo politico, non una frattura. A sinistra invece il solito caos creativo: il Pd nega la fiducia, ma vota sì alle armi, in compagnia di Azione, Italia Viva e +Europa. Movimento 5 Stelle e Avs, invece, dicono no al decreto. Campo largo? Più che altro un campo minato.
Due le immagini della giornata. La prima: i leghisti che fanno il grande sgarbo e abbandonano l’aula mentre parla il vannacciano Ziello. La seconda: il non voto sull’ordine del giorno Pd firmato da Laura Boldrini, Paolo Ciani, Arturo Scotto e Nico Stumpo.
Scene simboliche, ma i numeri raccontano altro. La fiducia passa con 350 voti su 400. Quattro le astensioni dal gruppo Misto, minoranze linguistiche. Le assenze - “del tutto fisiologiche”, assicurano dagli uffici del ministro Luca Ciriani – comprendono 12 deputati in missione. Tra Fratelli d’Italia e Forza Italia gli assenti sono 12 per parte, nella Lega 6. Sempre inclusi i “missionari”.
I “futuristi” speravano in più adesioni ai loro tre ordini del giorno contro le armi a Kiev. Non li vota nemmeno Domenico Furgiuele, vicino al generale. L’unico ad astenersi è Francesco Gallo: “Nessun flirt, mi sono astenuto su tutti i provvedimenti”, taglia corto.
Dal Pd parla Piero Fassino: “Con la fiducia volete evitare un dibattito che avrebbe messo a nudo le ambiguità di una maggioranza condizionata da settori filo-putiniani”. E ancora: “Voteremo sì all’invio di aiuti militari e umanitari all’Ucraina”. Magi attacca: “Il giochetto parlamentare della fiducia… ha consentito di lasciare una porta aperta all’ingresso dei putiniani in maggioranza”. Intanto Vannacci scalda i motori: il 4 marzo sarà a Roma. E la partita, statene certi, è appena cominciata.