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Tre ragioni per il sì e l’unico scopo del no: conservare il potere del fronte giudiziario

La separazione delle carriere c’è già in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Olanda, Svizzera, Belgio, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Norvegia, Canada, Giappone e a modo loro negli Usa
di Fabrizio Cicchitto lunedì 9 marzo 2026

 Toghe

3' di lettura

Caro direttore, per ciò che riguarda il dibattito sul referendum sul piano del confronto tecnico non c’è partita. Primo. La separazione delle carriere c’è già in Germania, Francia, Spagna, Portogallo, Austria, Olanda, Svizzera, Belgio, Svezia, Danimarca, Gran Bretagna, Norvegia, Canada, Giappone e a modo loro negli Usa: chi è per il No contraddice una tendenza largamente presente nel mondo Occidentale. Secondo. A proposito della pretesa subalternità dei pm con la riscrittura dell’art.104, viene accentuata l’autonomia e l’indipendenza sia della magistratura giudicante sia di quella requirente. Terzo. Il sorteggio è già in vigore per scegliere le giurie popolari e la composizione del Tribunale dei ministri. Chi sostiene il No non risponde alla seguente domanda: possibile che i magistrati - che decidono sulla libertà delle persone fino all’ergastolo - non siano in grado di valutare la professionalità dei loro colleghi?


Più che lo sdoppiamento delle carriere, ciò che fa impazzire i vertici Anm è che il sorteggio fa venire meno il potere della ventina di cacicchi a capo delle correnti sulla carriera degli altri 9mila magistrati, oggi gestita per lottizzazione e non per merito e titoli dei singoli magistrati. Per ciò che riguarda l’Alta Corte sulla Disciplina, essa serve ad interrompere la prassi finora seguita per cui la percentuale dei condannati è bassissima con assoluzioni anche in casi scandalosi perché essa è fondata sullo scambio di favori fra i capi corrente. La composizione dell’Alta Corte poi è al di sopra di ogni sospetto: c’è una larga maggioranza di magistrati, 6 giudicanti e 3 requirenti. Ma sta emergendo qualcosa di politicamente assai significativo. Malgrado la richiesta di Mattarella di smorzare i toni, mentre il ministro Nordio lo ha fatto, Gratteri, Grasso e Di Matteo invece hanno accentuato la loro criminalizzazione degli elettori che votano Sì («gli inquisiti, i delinquenti abituali, i massoni deviati votano Sì»). In ballo c’è il contrario di quello che affermano i sostenitori più radicali del No, cioè il ridimensionamento della autonomia dei pm.


Piuttosto dal ’91-’92 in poi si è coagulato un blocco di potere composto da un pezzo dei poteri forti, da alcune procure, prima fra tutte quella di Milano, da alcuni quotidiani, da un pezzo del Pds, e cavalcando la lotta al finanziamento irregolare ai partiti e alla corruzione, ha usato due pesi e due misure: ha colpito e distrutto Craxi e il Psi, il centrodestra della Dc, i partiti laici, e ha salvato i ristretti nuclei dirigenti del Pds e della sinistra democristiana. Questo blocco di potere è tuttora in campo ed è il retroterra del nucleo più aggressivo del campo largo che va da Bettini del Pd a Conte del M5S, che sta cavalcando il giustizialismo più spinto, il populismo, l’anti-americanismo e il neutralismo.


Questo è il risvolto politico autentico del referendum: le forze che compongono quel blocco di potere reputano che le riforme contenute nel progetto Nordio possano ridimensionare la forza di quel blocco di forze giudiziarie, finanziarie e mediatiche. La battaglia per il Sì ha un duplice valore: un equilibrio equo fra accusa e difesa - dando ai Gip un potere davvero autonomo dai Pm - contestare l’unico vero pericolo autoritario nel nostro Paese fin dal 1992. Per questo il Sì dovrebbe aggregare uno schieramento assai vasto(larga parte del centrodestra, gruppi centristi, liberali, socialisti, miglioristi e garantisti Pd).

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referendum giustizia

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