Fiorella Mannoia
Che la campagna per il No non stia conoscendo esattamente un climax ascendente, lo dimostra il fatto che nelle ultime ore la portabandiera è diventata Monica Guerritore. Validissima attrice, così come Alessandro Barbero ha una buona consuetudine con la storia e Giorgio Parisi ne ha una ottima con la fisica, eppure questo non ha impedito ai professori di propalare la fola secondo cui la riforma minerebbe «l’autonomia e l’indipendenza della magistratura» (che invece vengono ribadite con irreversibilità letterale nel testo). Guerritore, che mercoledì è salita sul palco di piazza del Popolo per declamare all’uditorio (i famigliari stretti dei relatori, sostanzialmente) il documento dei costituzionalisti per il No, è andata oltre, e su La Stampa di ieri si è esercitata in una spericolata apologia del sistema delle correnti. Quello che secondo Catello Maresca incarna «un rapporto malato tra politica e magistratura», ma lui è solo il magistrato che ha arrestato Michele Zagaria, il boss dei Casalesi. La protagonista di Scandalosa Gilda è di tutt’altro avviso: «Le correnti sono un dato di fatto della natura umana, tutti noi ci associamo con i nostri simili».
L’uomo è un animale sociale, grazie, una scorsa ad Aristotele l’abbiamo data. Da qui ad inferire che il criterio di nomina di un procuratore o di un presidente di tribunale debba essere l’ideologia politica e non la competenza giuridica (questo è il sistema delle correnti, dottoressa Guerritore, meno Aristotele e più Palamara) c’è un oceano, evidentemente. Non per Monica: «Anche nei partiti ci sono le correnti: che facciamo, le vietiamo?». Lievissimo dettaglio: per quanto possano sempre degenerare a patologia, le correnti, ovvero i raggruppamenti umani sulla base di una sensibilità politica, stanno nell’alfabeto fisiologico della politica, chiediamo scusa al lettore per la tautologia mortificante. Non si capisce che c’azzecchino (direbbe il Di Pietro alfiere del Sì) con la giustizia, terreno umano e ordine (non potere) dello Stato in cui dovrebbero valere solo il diritto, la sua conoscenza e la sua applicazione. Sarebbe come pretendere di segnare a calcio con le mani, perché si possono utilizzare a pallacanestro. Del resto la Guerritore pare navigare in acque confuse: «Senza le correnti ci sarebbe una maggiore tendenza a essere preda della politica perché i parlamentari sarebbero eletti in una lista bloccata» (i parlamentari? Ma si parla di riforma elettorale o della giustizia? Nebbia fitta). A modo suo, era stata più schietta un’altra (radical)chiccosissima testimonial del No, Fiorella Mannoia: «Ma io che ne posso sapere? Io voto No perché non ci capisco, perché non voglio sapere, perché ho paura di sbagliare».
Sa di non sapere, Fiorella, salvo contraddirsi poco dopo: «Io non voglio che la magistratura sia assoggettata alla politica» (aridaje). Forse faceva meglio a perseguire non diciamo la sapienza, ma l’informazione basilare. Marisa Laurito, co-firmataria con la Mannoia dell’“appello femminista” per il No (tutto fila: non è politica, è vaudeville), rispolvera Roberto Benigni: «Voto no perché la nostra Costituzione è una delle più belle al mondo». Può essere, sicuramente è modificabile, è già stato fatto, soprattutto da sinistra, ma questi hanno il difetto di essere argomenti, la scelta del No per questi ultimi giorni è l’intrattenimento puro. Ecco allora spuntare Enzino Iacchetti, che ricicla il grande classico: «La nostra Costituzione è la più bella del mondo: non si tocca per far comodo agli uomini di potere». Certo, e di seguito il link alle prevendite dello spettacolo teatrale. Chi volesse invece bizzarramente ragionare nel merito potrebbe rileggersi le parole di quel signore che voleva separare le carriere, come si chiamava... Ah sì, Giovanni Falcone.