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Bossi, Giancarlo Pagliarini: "Umberto razzista? Una sciocchezza che mi fa infuriare"

di Fabio Rubini domenica 22 marzo 2026

3' di lettura

Giancarlo Pagliarini, per tutti "il Paglia", risponde al telefono e ti racconta subito che è in Liguria dove vive da anni e che sta andando a prendere il treno per Milano. «Domani mattina poi mi portano a Pontida». A salutare l’Umberto. Pagliarini per i leghisti è stato l’anima del federalismo e della secessione, e ha fatto pure il ministro del Bilancio nel primo governo Berlusconi.

"Paglia", sono giornate tristi... 
«Molto, perché non ce l’aspettavamo. Io andavo a trovarlo una o due volte l’anno con mia moglie e lui mi prendeva in giro, perché lei è peruviana e di cognome fa “Terrones”. E lui diceva che l’avevo spostata per dimostrare che quelli della Lega non avevano niente contro i meridionali...».
Sfatiamo un mito: Bossi era razzista? 
«Guardi quando mi dicono questa cosa mi fanno infuriare. Tempo fa scrissi anche un articolo per la Padania, per dire chiaro e tondo che tra tutte le cose di cui ci accusavano, quelle più assurde erano quelle che ci identificavano come dei razzisti e come dei violenti che “seminano odio”. Non ci siamo mai sognati di odiare qualcuno: né gli italiani meridionali, né nessun altro».
Com’è avvenuto il suo incontro con la Lega? 
«Me lo ricordo benissimo. Facevo parte di un’associazione di imprenditori. Una volta uno dei nostri disse: “Dobbiamo trovare il modo di fermare la Lega”. E io: va beh fermiamola, ma noi cosa sappiamo della Lega? Così invitammo Speroni che si presentò con una cravatta pazzesca e una giacca che non era da meno. E lui ci spiegò che era contro la finanza derivata. Cioè, contro il fatto che le nostre tasse andassero a Roma per poi tornare indietro, ovviamente in proporzione minore. Mi convinse e gli dissi che se voleva potevo dargli una mano. Ero un commercialista abbastanza famoso. Ma mai avrei pensato che mi sarei candidato e che sarei arrivato a fare il ministro».
Lei e Bossi, poi, avete fatto un bel pezzo di strada assieme. Qualche ricordo? 
«A Roma uscivamo sempre tutti assieme a mangiare la pizza e si chiacchierava. Così se qualcuno non era in linea lui se ne sarebbe accorto subito. Ma eravamo tutti amici e ci credevamo tutti in quel progetto. Oppure ricordo quando facevamo le riunioni del federale: lui faceva le prove dei suoi comizi e se qualcuno provava ad interromperlo, gli intimava in maniera piuttosto decisa di stare zitto. Ricordo una volta che lo fece con Castelli...».
Un aneddoto personale? 
«Una delle ultime volte che sono andato a trovarlo a casa sua, mi disse “Noi dobbiamo aiutare la Lega”. E io gli replicai: “Ma come, è piena di casini”. Lui non volle sentire ragione. Gli era rimasto questo amore per la Lega che era un pezzo della sua carne. Manuela mi diceva: lui sta sempre lì a pensare alla Lega».
A proposito di questo: si dice che alle ultime europee Bossi avrebbe detto di votare Forza Italia. È vero? 
«Onestamente non so dirle. A me non l’ha detto, ma lo vedevo un paio di volte l’anno».

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