Strascichi da referendum, l’urna è ancora calda. È passata appena una settimana dal voto sulla riforma Nordio e già si cambia copione: gli stessi che non hanno fermato Giorgia Meloni nella corsa verso il prevedibile schianto referendario – fa notare Paolo Mieli sulle pagine del Corriere - oggi le suggeriscono di buttarsi nel burrone delle elezioni anticipate. “Avanti tutta”, ieri. “Tornate al voto”, oggi. Senza neppure il tempo di spiegare come si sia potuto ignorare un esito scritto.
La riforma della giustizia è stata varata “a colpi di blitz” e consegnata al giudizio degli elettori, gli stessi – spiega sempre Mieli - che avevano già bocciato “tutte, diconsi tutte” le precedenti modifiche costituzionali. Il risultato? Scontato, ma evidentemente non per tutti. E ora c’è chi rilancia con nuovi azzardi, quasi fosse un modo per evitare l’esame degli errori. Se, però, a destra si naviga a vista, anche a sinistra non regna esattamente la calma. Anzi. La vera vincitrice del referendum, dicono in molti, è Elly Schlein, capace di tenere insieme un fronte che va da Matteo Renzi a Nicola Fratoianni.
Un miracolo politico, almeno sulla carta. Ora però arriva il difficile: trasformare l’alleanza elettorale in progetto di governo. Il primo nodo è la legge elettorale: serve una maggioranza “certa”, non le solite coalizioni raffazzonate. Poi il programma. E infine il rebus delle primarie.
Davvero ha senso mettere in competizione Elly Schlein e Giuseppe Conte dopo aver firmato lo stesso documento? “Primarie di incoronazione”, le chiamano: si vota, ma il vincitore è già deciso. Quando non è così – vedi la corsa tra Renzi e Bersani - restano solo macerie. E allora ecco la provocazione: Schlein faccia un passo indietro e lasci il campo a Conte, già rodato a Palazzo Chigi e potenzialmente più rassicurante per l’elettorato moderato. Non sarebbe una resa, ma una mossa tattica. In fondo, la storia insegna: da Romano Prodi a Francesco Rutelli, la sinistra ha già vinto così. Morale: tutti corrono, ma pochi sanno dove.