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Vannacci, niente fiducia al governo Meloni: diventa la stampella del Pd

Ma voi ve lo ricordate il generale, quando strappò dalla Lega tra toni avanguardisti e proclami marinettiani? Eccolo, il futuro delle sue truppe: fare esattamente da "stampella della sinistra"
di Giovanni Sallusti mercoledì 1 aprile 2026

3' di lettura

Ma voi ve lo ricordate il generale Roberto Vannacci, quando strappò dalla Lega tra toni avanguardisti e proclami marinettiani? Dodici febbraio 2026, microfoni davanti e petto in fuori: «Futuro Nazionale si colloca in una destra pura, senza inciuci» e - scagliando con lo sguardo saette immaginarie a chi solo avesse osato pensarlo- «non è la stampella della sinistra”. Gran finale: «Più che vannacciani mi piace la definizione futuristi». Eccolo, il futuro delle sue truppe (vabbè, al momento pattuglie), nel frattempo transitate da Marinetti al barone von Sacher-Masoch: fare esattamente da «stampella della sinistra».

Ieri, aula della Camera: i tre deputati Rossano Sasso, Edoardo Ziello e Emanuele Pozzolo (chiamiamoli vannacciani, per carità, lasciamo in pace l’arte e la letteratura) votano no al decreto bollette e no anche alla fiducia richiesta dal governo sul tema. Ovvero, vanno oltre il tatticismo tardo-democristiano sfoggiato sul decreto di febbraio che rinnovava il sostegno all’Ucraina, quando optarono per un no nel merito ma un sì alla fiducia, futuristi quanto poteva esserlo Mariano Rumor. Questa volta, votano direttamente come la Elly arcobaleno, come il Giuseppi russofilo (ops), perfino come il duo comico oltranzista Fratoianni&Bonelli. È lo spettacolo tristanzuolo della destra “pura” che vota come la gauche, è la definitiva ricoloritura rossobruna del tricolore evocato nel logo di “Futuro Nazionale”, l’ossessione di spingerti sempre più a destra che ti fa ripiombare nella sinistra anche estrema.

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Una traiettoria paradossale che, per inciso, è anche la biografia di certe destre novecentesche non propriamente liberali. In ogni caso, qui di “puro” c’è solo il rimando alla tradizione della commedia all’italiana, che era già chiaro nelle parole del generale l’altro ieri, interloquendo pubblicamente con un cronista: «La fiducia... non so se lei sia sposato, no? Ma è come il credito che lei dà a sua moglie anche se le cucina un piatto che a lei non piace, per esempio la trippa. Non è che se sua moglie le cucina la trippa, lei divorzia da sua moglie». Una similitudine talmente retrò da configurare una sorta di Wokismo di destra uguale e contrario al Wokismo progressista incenerito da Vannacci al suo esordio letterario. Peraltro smentita poi dal comportamento parlamentare, visto che i suoi hanno sia rifiutato la trippa (l’intervento sulle bollette) che avviato le pratiche di divorzio dalla moglie, che si chiama centrodestra. Per andare dove? Ieri nel rullo delle agenzie, oggi sui titoli dei giornali, domani chissà, non è importante.

Forse è il situazionismo, l’unico movimento culturale accostabile alle movenze vannacciane. E tuttavia, non è una bella situazione per l’ex parà, sorridere nella foto tra l’armocromia di Schlein e la pochette di Conte. Lui aveva provato a metterla così, in una conferenza stampa anticipatoria: «La fiducia è un sentimento reciproco. Quindi vedremo se potremo corrispondere o meno questa fiducia oppure no». Morale: non poteva proprio corrisponderla, la fiducia. L’ideale, in un momento in cui il campo largo è ringalluzzito grazie all’intestazione apocrifa della vittoria referendaria, il Deep State torna a flirtare senza inibizioni con fantasmi tecnocratici, prendono perfino piede le primissime manovre quirinalizie per sfilare il mazzo dalle mani del centrodestra. Sì, era il momento ideale per strappare. Se lavori perla sinistra, ovviamente.

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