Elly Schlein è diventata leader del Pd perché alla sinistra serviva una donna anti-Meloni. Paradossalmente lei è stata beneficiata dall’ascesa di Giorgia a Palazzo Chigi ma non ha potuto, da allora, compiere altri passi, trovandosi da subito ostacoli pesanti sul cammino tutto in salita che dovrebbe condurla al timone del Paese. E questo dimostra che mentre Schlein dà lezioni morali di femminismo alla destra, non si rende conto (o finge) di avere a che fare nel suo partito e nel campo largo con una agguerrita truppa di maschi che intendono tenerla ai margini.
Uno è sicuramente Giuseppe Conte, che ha pure scritto un libro sulla “nuova primavera” che dovrebbe vederlo protagonista assoluto e competitor per la guida del governo incoronato dal fronte progressista, nonché dal Corriere della sera. E attenzione: persino nel titolo della sua fatica editoriale Conte allude alla primavera delle lotte partigiane, facendosi paladino di quell’antifascismo che Elly Schlein pensava suo patrimonio esclusivo, ben amministrato magari con gite a Ventotene e cantatine di Bella ciao, invece...
Dario Franceschini è un’altra vecchia volpe di cui Schlein non sa se fidarsi o meno. Aveva invero cercato di aggirare le prevedibili manovre contiane proponendo il famoso “lodo”: marciare divisi per colpire uniti, pochi punti programmatici in comune e scelta del premier dopo avere vinto le elezioni. Come dire: intanto rimettiamo piede a Palazzo Chigi, questa la vera posta in gioco, il resto si vedrà dopo. E anche quello fu un mezzo scossone nel partito guidato da Schlein perché Franceschini, che pure l’aveva appoggiata alle primarie contro Bonaccini, non si è neanche premurato di dire che il nome del futuro premier avrebbe dovuto essere scelto in base al numero di voti conquistati. Fece comprendere, insomma, che la scelta di Elly come competitor della Meloni non era affatto scontata, e anzi presentava dei rischi.
E che dire di un padre nobile come Romano Prodi che ogni volta che va in tv esprime dubbi sulla linea adottata dalla segretaria Pd e le chiede di allargare, di unire, e dice che non vede a sinistra volontà di vincere le elezioni? E poi c’è Matteo Renzi, che lavora per spingere la candidatura della sindaca di Genova Silvia Salis in caso dovessero farsi per davvero le primarie. Il suo, secondo il leader di Italia Viva, è il profilo migliore per sfidare Meloni. Ma il siluro più preoccupante arriva da un’altra donna, Rosi Bindi, esponente della vecchia guardia che da sempre ha la tentazione di mettersi in cattedra e spiegare ai “giovani” come si fa politica.
Ci vuole un federatore, ha detto Bindi, perché Elly e Giuseppe si delegittimano a vicenda. E ha resuscitato Pierluigi Bersani. Non solo: al raduno degli ex dc di qualche giorno fa ha fatto notizia la presenza di Francesco Maria Ruffini, insieme a quella dell’ex capo della Polizia Franco Gabrielli. Una girandola di nomi, proposte, discussioni che hanno intanto un unico obiettivo, quello di azzoppare Elly Schlein, prima scelta come anti-Meloni ideale e ora messa da parte senza tanti complimenti. Tuttavia, quando la propaganda lo esige, se la prendono con Meloni perché dovrebbero tenere giù le mani dal femminismo, o per l’Iva sugli assorbenti, o per l’intesa naufragata sulla legge sulla violenza sessuale.
A destra non c’è femminismo, pontificano. A destra non si fanno le vere battaglie contro il patriarcato, aggiungono. Particolari, in fondo, rispetto alla sostanza che lo schieramento progressista esprime: hanno una donna leader e fanno di tutto per silurarla. E poi fanno libri e dibattiti per chiedersi come mai a destra è emersa una leader donna. Non è, non può essere solo una questione di merito, è che a sinistra quando si passa dall’ideologia astratta ai fatti concreti la politica resta terreno privilegiato dei maschi, che circondano Schlein minacciosi e riluttanti a cedere quote di potere. Alla faccia del femminismo e delle femministe.