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Sigonella, Bettino e quella cena in Tunisia

L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico
di Francesco Damato giovedì 2 aprile 2026

3' di lettura

Non è la prima volta che scrivo di una cena di una trentina d’anni fa con Bettino Craxi nella veranda della sua casa tunisina, e non sarà probabilmente neppure l’ultima ricorrendo ogni tanto la storia, allora smentitami dall’ex presidente del Consiglio, della sua avventura politica finita già nel 1985, quando era ancora a Palazzo Chigi, per avere osato sfidare a Sigonella gli americani. Ai quali aveva negato personalmente, in una telefonata notturna col presidente Ronald Reagan assistito da una interprete, la cessione di sovranità chiestagli con forza facendo catturare nella base militare siciliana alcuni dei responsabili del sequestro della nave italiana Achille Lauro nel Mediterraneo. Che era stata dirottata da un commando terroristico palestinese per scambiarla col rilascio dei soliti detenuti nelle carceri di Israele. La nave fu liberata su intervento di Arafat, chiesto personalmente al capo dell’Olp da Craxi, ma dopo che era già stato ucciso a bordo un cittadino statunitense, ebreo e invalido, freddato in un alterco e buttato a mare con la sua carrozzella.

Una volta abbandonata la nave, i dirottatori erano stati imbarcati dagli egiziani su un aereo per essere trasportati al sicuro in Tunisia. Ma il velivolo era stato intercettato dagli americani e costretto ad atterrare a Sigonella, appunto, con l’obiettivo di sequestrare i dirottatori e mandarli a processo negli Usa. L’ambasciatore americano a Roma, scambiando Palazzo Chigi per una depandance, si era presentato quasi di notte, e fatto ricevere da un funzionario diplomatico, mentre Craxi dalla sua stanza d’albergo spiegava all’interprete di Reagan, per telefono, che la competenza giudiziaria era italiana. E ordinava che i Carabinieri a Sigonella impedissero, armi in pugno, il sequestro.

Ne derivarono, fra l’altro, le dimissioni del ministro della Difesa Giovanni Spadolini, rientrate rapidamente per un chiarimento fra Craxi e Reagan con tanto di lettere di scambio: dear Bettino e dear Ronald. Seguì anche un incontro alla Casa Bianca. Il mio amico Paolo Mieli, un po’ cronista e un po’ storico, ha raccontato l’altra sera nel salotto televisivo di Lilli Gruber che, a dispetto delle lettere, degli incontri e quant’altro, lì Craxi prenotò drammaticamente la sua fine cadendo dopo qualche anno - 8, all’incirca- nella rete giudiziaria milanese. Come anche Giulio Andreotti, ministro degli Esteri di Craxi ai tempi del sequestro della nave Achille Lauro, avvertì mani e manone americane- risparmiate da Mieli nella sua ricostruzione tv- nel pentimento di Tommaso Buscetta oltre Oceano e nei processi di mafia che ne derivarono, paralleli a quelli di corruzione e altro capitati a Craxi. Anche Giorgia Meloni, secondo Mieli, potrebbe avere rischiato troppo a Sigonella in questi giorni, negandone l’uso agli americani nella guerra all’Iran.

Stavo parlando una sera di 30 anni fa con Craxi proprio della sua Sigonella, di cui si scriveva sui giornali italiani anche per mano di qualche socialista, quando scattò l’allarme oltre la siepe e il muro della villa. In un attimo ci trovammo circondati da militari tunisini armati di tutto punto, che disponevano di una dependance della casa di Bettino. Essi interruppero cena e conversazione. Restituiti all’una e all’altra dopo minuti che mi apparvero un’eternità, quando si accertò la casualità dell’allarme, provocato da qualche animale di passaggio, io stentavo a riprendere il discorso. Che invece Craxi chiuse chiedendomi se fossi convinto «ancora» di quella protezione attribuibile «solo agli amici tunisini», e non anche agli americani. Che - mi spiegò - gli erano «creditori non solo di Sigonella ma anche di Comiso», a 80 chilometri di distanza l’una dall’altra. A Comiso, grazie al ritorno dei socialisti nel governo dopo l’opposizione imposta dal predecessore di Craxi alla segreteria del Psi, Francesco De Martino, erano stati installati i missili del riarmo della Nato propedeutici al crollo del comunismo. Dovetti convenire. E di quell’argomento non parlammo più, neppure in altre circostanze.

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