Uno spazientito Donald Trump, nel suo discorso alla nazione, mercoledì, ha invitato gli europei ad arrangiarsi e andarselo a prendere, lo Stretto di Hormuz: «Prendetevelo, proteggetelo, usatelo», ha detto. Gli Stati Uniti non dipendono dalle materie prime che transitano di lì, voialtri sì e quindi, ha aggiunto, «aiuteremo, ma la parte difficile è fatta, dovrebbe essere facile».
La sicurezza energetica nazionale, la dimostrazione di affidabilità nei confronti degli alleati attaccati dalla Repubblica Islamica e il monito del presidente Usa sono le tre ragioni che hanno portato il presidente del Consiglio Giorgia Meloni a un jolly diplomatico di due giorni nella penisola arabica, tra Arabia Saudita, Qatar e Emirati Arabi Uniti. Secondo fonti di palazzo Chigi, il viaggio sarebbe stato deciso soltanto giovedì sera ed è stato in forse fino a ieri mattina. Della visita avrebbe dovuto fare parte anche il Kuwait, ma la tappa è saltata per ragioni di sicurezza. Sta di fatto che dall’inizio del conflitto, Meloni è la prima leader di Unione Europea, G20 e Nato a farsi vedere nella regione da cui tutti, al momento, desiderano andarsene (senza però rinunciare a gas e petrolio). Anche per questo l’iniziativa di Roma è stata accolta così velocemente e con favore dai leader arabi, schiacciati tra l’aggressività del regime iraniano, le necessità strategiche israelo-statunitensi e le ipocrisie di Bruxelles e delle capitali occidentali, da Londra a Berlino fino a Parigi. All’inazione del vecchio mondo, con l’asse franco-tedesco distratto da crisi politiche e industriali e il Regno Unito post-Brexit senza una bussola mediorientale, ha posto rimedio la premier. Che si è mossa senza farsi prendere dal panico, alimentato dallo spettro del razionamento energetico, ma anzi proiettando soft power attraverso una solidarietà fisica ai partner.
La presenza italiana funge da stabilizzatore psicologico e politico, saldando rapporti personali che, in queste latitudini, pesano quanto i trattati firmati, che pure spaziano dalle strategie di sviluppo del Piano Mattei alla logistica globale con il corridoio Imec. «Come gli altri Paesi europei, aiutiamo le nazioni del Golfo a difendersi dagli attacchi iraniani: lo facciamo perché sono strategici per i nostri interessi, sono amici e a protezione delle migliaia di italiani nella regione», ha spiegato la premier al Tg1.
Sul tavolo degli incontri, ieri con il principe saudita Bin Salman e oggi con l’emiro qatariota Al Thani e il presidente emiratino Bin Zayed, ci sono tre dossier: energia, rotte commerciali, migrazioni.
Dal Golfo proviene circa il 15% del petrolio e circa il 10% del gas acquistato all’estero dall’Italia e la missione di Meloni punta a mettere in sicurezza e possibilmente aumentare le forniture di gas a disposizione, confermando l’intenzione da parte dei grandi gruppi di continuare a investire nell’area, nonostante la situazione del momento. «I recenti accordi firmati da Eni negli Emirati Arabi sono cruciali per il nostro Paese – analizza Davide Tabarelli, presidente di Nomisma energia – e comprendono il potenziamento dello sviluppo dei giacimenti di gas e nuovi intese strategiche che riguardano data center, interconnessioni elettriche e minerali critici. Circa il 12% del gas consumato in Italia nel 2025 proveniva dal Qatar, che a causa degli attacchi al suo impianto di Ras Laffan ha interrotto le consegne dichiarando forza maggiore. L’Arabia Saudita, infine, è la nazione più importante per dimensione, per ragioni culturali e religiose e perché è sede del Consiglio di Cooperazione del Golfo».
Con un Paese, il nostro, che dipende dall’import di energia per il 76%, la sicurezza energetica nazionale è in quel collo di bottiglia largo 33 chilometri. Il rafforzamento di forniture di petrolio e gas è stata infatti la ragione della missione in Algeria della scorsa settimana e discorso analogo sarà ripetuto, tra maggio e giugno, con una missione in Azerbaigian. Mentre «l’opposizione critica comodamente seduta sul divano», è l’attacco di Meloni alla minoranza, l’Italia si dimostra «coraggiosa politicamente e militarmente - commenta Tabarelli – e dimostra la sua leadership europea grazie alla capacità di creare legami nel Golfo, di mantenerli con l’alleato americano anche quando non siamo d’accordo, di parlare di pace per uno Stato devastato da una teocrazia e magari di portare navi affinché il transito riprenda».
Rimpasti e dimissioni «sono alchimie di palazzo - ha detto la premier al Tg1 - chi vuole continui a parlare di questo, noi intanto continuiamo a fare il nostro lavoro per il bene di questa nazione». La sfida è trasformare la crisi energetica di oggi nella base della sovranità italiana di domani, senza tremare davanti agli ayatollah.