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Rosy Bindi riesumata dal campo largo sogna di farsi eleggere al Colle

di Francesco Storace mercoledì 8 aprile 2026

4' di lettura

Rosy Bindi è un’eterna combattente. E prima o poi le verrà reso l’onore delle armi. Ha appena contribuito alla vittoria della battaglia referendaria del No alla riforma Nordio, e c’è chi la vede come possibile federatrice di un centrosinistra alla ricerca di un capo. Tra Giuseppe Conte ed a Elly Schlein non scommetterebbe un soldo bucato su nessuno dei due e non lo manda a dire. Del resto, dal Pd nonostante i 24 anni in Parlamento - è uscita da tempo, ma va anche detto che se c’è da dare una mano alla baracca si rimbocca le maniche.

TRA AULA E GOSSIP
A destra non sempre l’abbiamo trattata bene, imputandole una vocazione estremista. Però il suo mestiere lo ha saputo fare e rieccola, come si dice di chi non scompare mai dai radar. Io me la sono trovata di fronte più volte. In Vigilanza Rai, dove le spade si sono incrociate più volte. Al ministero della Salute, dove arrivai dopo di lei e scontai il suo rifiuto a tornarci per una chiacchierata istruttiva anche per me. Ma è orgogliosa e non puoi chiederle di tornare sul luogo del delitto. Per un paio di giorni - nel 1996 - ci toccò pure fare la parte dei “fidanzati”. Era agosto, per i giornali c’erano poche notizie e il Messaggero - per la penna mirabile di Alberto Gentili ci inventò come coppia. Il giorno successivo si svolgeva un delicato consiglio nazionale del Partito popolare: il Corriere della Sera mandò due inviati. Uno per la cronaca politica dell’evento, il secondo per raccogliere le opinioni dei delegati sullo strano gossip.
Non vi dico i commenti. Da social. Succedeva e succede.

Ma quel che non si poteva mai prevedere, è stato il suo rilancio attuale in politica. Sembra riabilitata, dopo le tantissime polemiche di cui è stata protagonista, forte di un carattere che la premiava come donna che crede delle cose che dice. E ora c’è proprio chi la indica come chi può federare la coalizione anti-Meloni. Sì, ci vuole cautela nell’affidarle un ruolo tanto delicato. Le pugnalate si sprecano da quelle parti. Nel cosiddetto campo largo Rosy Bindi è un’altra delle figure più polarizzanti. Piace per il suo richiamo costante ai temi della legalità e dell’etica pubblica, ma è percepita anche come identitaria e divisiva da altri segmenti, soprattutto da chi è più vicino a esperienze riformiste o centriste. Sia la Bindi o chissà chi diavolo tireranno fuori a sinistra, il compito di chi si cimenterà nell’impresa non sarà affatto facile. Perché la fatica più grande sarà quella di mettere assieme mondi davvero diversi tra loro. Diciamo che i “requisiti” hanno bisogno di qualità riconoscibili da tutti. Partendo dalla credibilità istituzionale: Rosy Bindi ha le chiavi- per così dire- dell’impegno politico, ma occorre anche un profilo tecnico per evitare parzialità. Il rischio è quello di creare conflitti permanenti, esasperare divisioni, acuire le differenze che poi restano laceranti. Rosy va bene se rimane non identificata con apparati o gruppi di correnti, altrimenti è lei a procurarsi nemici. Di esempi se ne possono fare a iosa. Da Elly Schlein con la sua capacità di mobilitare una parte ma anche con il limite di essere respingente per molti altri. Un altro del genere è Matteo Renzi: e chi gli affiderebbe mai un incarico di tale natura...

IL DOPO MATTARELLA
La qualità che deve essere evidenziata è proprio quella di parlare a mondi diversi. Anche perché chi mette in campo la leadership giusta per governare al posto della destra, poi si aggiudica la palma del candidato al Colle. Del resto, la scia è proprio quella di Mattarella, di cui lei è sicuramente seguace per storia e militanza democristiana. Ovviamente, avrebbe chance in caso di vittoria del centrosinistra alle politiche, e però anche da quelle parti potrebbe avere problemi. Il suo è infatti un profilo divisivo anche dentro il centrosinistra. Non è una figura destinata a mettere tutti d’accordo nel suo campo. E per il Colle potrebbe servire un consenso larghissimo, non solo di bandiera. Certo, ha un solido curriculum politico, ha forza nel campo etico, conosce le istituzioni. Chissà se basta. Comunque, anche per il compito da federatore, tenere assieme la sinistra sociale, i moderati, i Cinquestelle è il compito più difficile. E qui sta il problema, anche della Bindi. Chi ha partecipato al conflitto politico nell’ultima decina di anni, potrebbe essere percepito come divisivo.

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Detta in soldoni: se sei forte politicamente, hai anche nemici e quindi non federi. Se sei super partes, non hai forza e quindi non guidi. Altro esempio? Paolo Gentiloni, certamente non divisivo, ma difficilmente potrebbe mobilitare il campo largo nella ricerca del leader. Il centrosinistra oggi non ha un federatore non perché “manca la persona giusta”, ma perché non c’è ancora un equilibrio politico che renda possibile quella figura. Ed ecco perché rispuntano figure alla Bindi. Non per “guidare”, ma perché riempiono temporaneamente un vuoto di senso e di identità. La Bindi non ha una leadership operativa recente: rispetto ad altri possibili “federatori”, non guida correnti organizzate né partiti di oggi.

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RIFERIMENTO
La sintesi finale è che la Bindi può essere un riferimento morale o simbolico per una parte del campo progressista, ma difficilmente può essere il federatore di tutto il centrosinistra, perché le manca sia una base politica trasversale sia un consenso sufficientemente largo. Il che pone al centrodestra una condizione di oggettivo vantaggio. Una coalizione unita - e soprattutto se riesce a far percepire dagli elettori la propria compattezza - ha un margine enormemente superiore all’avversario in competizione per il governo del Paese. Tanto più che dall’altra parte la discussione di carattere programmatico potrebbe riservare sorprese niente male.

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