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Tra i guru del campo largo è rissa sulle primarie

Tutti parlano di unità, ma volano coltelli. Travaglio duro: "Il Pd si tira indietro perché Conte è favorito". Gad Lerner lo sfotte. E Bettini: "Non parliamone più"
di Francesco Storace mercoledì 8 aprile 2026

4' di lettura

Popcorn. Potrebbero essere il simbolo delle primarie a sinistra. Basta assistere allo spettacolo, litigano se farle, su come farle, su chi vuole fregare chi. Pezzi di partito che si muovono contro il leader di riferimento e quando rischiano di essere scoperti esclamano che il problema è un altro. Il programma, la squadra, eccetera. Oppure la mozione Orlando che afferma che il candidato anti-Meloni potrebbe essere uno diverso da Conte o Schlein. E Bettini, a rischio perché sospettato di agire in combutta col capo pentastellato contro la sua segretaria di partito, se la dà a gambe: «Non parliamone più». Un mito.

Insomma, tra primarie caotiche, frecciatine e alleanze che si fanno e si disfano, il “campo largo” rischia davvero di diventare uno spettacolo più da guardare che da votare. Il campo sfatto. Il problema è che mentre loro litigano, Giorgia Meloni è nella parte di quella seria e ordinata mentre lorsignori si azzuffano. Ed è il fattore che conta di più in politica, perché se l’avversario è visibilmente nel caos, vince chi ha più carte da giocare in serenità.

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Poi, ci mancava Travaglio che ieri mattina sul Fatto ha steso il Pd: «I sondaggi danno Conte favorito sulla Schlein» perciò «contrordine compagni», «chi ha mai parlato di primarie?». Per la verità non solo ieri, perché è da tempo che il principale suggeritore di Giuseppe Conte non risparmia frecciate al partito della Schlein. Che accusa di incoerenza innanzitutto. E batte sempre sullo stesso tasto, quello del partito convenienza.

Ne critica le alleanze, lo stesso campo largo è dipinto come artificiale o opportunistico. La leadership del Nazareno additata come debole e contraddittoria mentre ovviamente il palmares della coerenza spetta ai Cinquestelle. Sommi tutto ed esce fuori uno schieramento più teorico che una realtà coesa. Se è vero che si vuole costruire l’alternativa alla Meloni, il disegno si infrange sui programmi, sulla leadership e persino nella situazione locali. Lo scontro prevale sulla sintesi. E ha gioco facile Gad Lerner a chiosare su X: «Oggi Travaglio sfotte da par suo il Pd esitante nel convocare primarie col M5S. Fino a ieri diffidava il M5S: no alleanza col Pd. Oggi Travaglio denuncia le guerre di Trump. Ieri lo preferiva ai democratici Usa perché lui non scatenava guerre. Ok cambiare idea, meglio dichiararlo».

Tutti parlano di unità, ma alla prova dei fatti emergono linee rosse e diffidenze reciproche. È il caos. Tra il Partito Democratico che fatica a tenere una linea chiara, il Movimento 5 Stelle che va per conto suo, e “alleati” che si parlano più tramite frecciatine che accordi veri... il campo largo appare più come un puzzle senza incastri. Il punto è che le primarie dovrebbero servire a chiarire e unire, ma se diventano un ring, l’effetto è l’opposto: amplificano le divisioni.

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E la domanda inevitabile e irrisolta diventa se ci può essere qualcuno in grado di rimettere insieme i pezzi, oppure se ognuno andrà per la sua strada? Non è una questione peregrina perché ogni giorno più che organizzarsi per vincere, a sinistra appaiono impantanati in dinamiche che rischiano di farli perdere da soli. Ad esempio, il Pd è perennemente al bivio tra identità e leadership, il M5S punta su una linea propria, e nel frattempo la competizione interna continua a logorarli invece di rafforzarli.

Detto col massimo della chiarezza: quando il dibattito pubblico è dominato più da attacchi reciproci (o da editoriali al vetriolo tipo appunto quelli di Travaglio) che da proposte concrete, il messaggio che passa è proprio quello della confusione e della debolezza. Alla fine la politica è anche percezione: se sembri diviso, vieni visto come poco affidabile per governare. Poi magari potrebbero trovare una sintesi all’ultimo momento - il che può succedere - ma per ora la strada è tutta in salita. In questo bailamme il vantaggio è tutto per Giorgia Meloni, il convitato di pietra delle primarie. Mentre dall’altra parte si discute, ci si divide e ci si ricompone a fatica, lei gioca su un vantaggio enorme: compattezza e chiarezza. Che piaccia o no, il suo schieramento dà l’idea di sapere dove andare, e in politica questa percezione pesa tantissimo.

Se il cosiddetto “campo largo” resta nel caos tra Partito Democratico e Movimento 5 Stelle, non serve nemmeno fare una campagna perfetta, basta che gli altri non riescano a organizzarsi. In pratica: meno gli avversari sono credibili, più la premier appare solida. Ovviamente, governare è un’altra partita e lì arrivano i problemi veri. Però sul piano elettorale, ordine contro caos è una narrativa molto potente. Giorgia Meloni, anche oltre le posizioni politiche che manifesta, ha alcune qualità abbastanza evidenti: molto efficace sulla comunicazione, parla in modo diretto, semplice, riconoscibile. Rispetto ai suoi avversari ha dalla sua una leadership forte. Nel centrodestra è chiaramente il punto di riferimento, senza troppe ambiguità. E questo fa impazzire proprio Pd e M5s, ciascuno dei quali con l’ambizione di poterla battere. Ma le politiche non saranno uno scherzo per nessuno e i giochi di palazzo che si vedono proprio per l’organizzazione delle primarie non aiuteranno i contendenti. Rispetto comunque per i candidati in campo, ma non saranno urla e proclami esagitati a far prevalere una sinistra troppo massimalista. Anche perché sono proprio loro ad allontanare quei moderati necessari per vincere. La partita è ancora lunga: ma la sensazione è che a sinistra non troveranno facilmente la bussola.

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