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La Pasqua litigiosa di un campo largo in cerca di leader

Già nella domenica delle Palme ci sono state le solite polemiche, risse, minacce, richieste ultimative di dibattiti parlamentari e tutto il resto dell’armamentario partitico o correntizio delle opposizioni
di Francesco Damato martedì 7 aprile 2026

3' di lettura

Per fortuna non di guerra come altrove, fra le proteste e gli ammonimenti del Papa, ma la Pasqua della politica italiana è stata alquanto animosa. Già nella domenica delle Palme, d’altronde, pochi avevano voluto raccoglierle preferendo le solite polemiche, risse, minacce, richieste ultimative di dibattiti parlamentari e tutto il resto dell’armamentario partitico o correntizio delle opposizioni.

Neppure di fronte alla missione della premier italiana nel Golfo persico, fra la solidarietà ai paesi in pericolo, in fondo anch’essi, dell’“età della pietra” minacciata, all’Iran che non rinuncia alle sue pratiche terroristiche, e la ricerca di sicurezza negli approvvigionamenti energetici, ha fermato le opposizioni ancora troppo “euforiche”, come lamenta anche il loro protettore Goffredo Bettini, della vittoria del no referendario alla riforma costituzionale della magistratura.

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Giorgia Meloni ha continuato ad essere rappresentata dagli avversari imbaldanziti, ripeto, dal successo referendario come una complice dell’odiato presidente americano Trump, sino a compromettere gli interessi nazionali. Il suo attivismo e credito internazionale sarebbero allucinazioni. Eppure nella loro apparente unità polemica e aggressiva le opposizioni hanno continuato ad essere fra loro divise nei contenuti e persino nelle procedure della marcia verso l’alternativa di governo. Un programma comune continua ad essere una prospettiva lontana e incerta, su cui le trattative sono fumose anche nel metodo. Non parliamo poi della leadership, affidata dal baldanzoso Giuseppe Conte, smanioso di tornare a Palazzo Chigi, a primarie che stanno mettendo a dura prova persone apparentemente prudenti e riflessive come Romano Prodi, che ha brandito il bastone di mortadella impietosamente evocato da noi di Libero.

La segretaria del Pd Elly Schlein, sempre “testardamente unitaria” in apparente sicurezza e quant’altro, ha l’attenuante di una posizione, diciamo così, di ufficio, obbligata. Cos’altro dovrebbe fare nei suoi panni e nel suo ruolo per evitare di rinunciare agli uni e all’altro. Ma neppure una terapia massivamente ottimista può farle ignorare quei traffici che si svolgono nel suo stesso partito contro di lei. Le tante invocazioni, allusioni e quant’altro al “facilitatore” di turno, che sia l’ex segretario Pier Luigi Bersani avvolto sempre nelle sue battute e parodie, o un ex premier meno anziano e logorato di Prodi, manifestano da sole la ben poca, scarsa convinzione del sostegno che la segretaria del Nazareno si aspetta. O dovrebbe aspettarsi.

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Le elezioni politiche anticipate di cui tanto si continua a parlare, attribuendone negativamente il progetto o la tentazione alla Meloni nonostante le sue smentite, sono in fondo la sola risorsa nella quale sperano paradossalmente nel campo largo, larghissimo, santo e santissimo, per creare quel clima di emergenza che, solo, può forse creare da quelle parti una spinta all’accordo che manca invece nelle prospettive di una legislatura a scadenza ordinaria.

Lungo la quale è più probabile che la maggioranza di centrodestra si rinsaldi chele opposizioni riescano ad accordarsi davvero su cosa fare una volta al governo, e sotto la guida di chi. Tutto questo si avverte in un contesto internazionale nel quale francamente non si vede chi possa toccare palla davvero nel già ricordato campo largo. Neppure Conte al singolare italiano e al plurale trumpiano del suo nome. Un Conte terzo, dopo il primo e il secondo della scorsa legislatura, che sognano neppure tutti sotto le cinque stelle ora reclamate con le carte bollate da Beppe Grillo, per niente rassegnato alla fine riservatagli dall’avvocato da lui stesso portato troppo in alto ai tempi d’oro, elettorali e politici, del movimento.

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