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Migranti, sinistra contro i rimpatri veloci: Decreto sicurezza, cosa manda in tilt le opposizioni

di Brunella Bolloli domenica 19 aprile 2026

4' di lettura

Licenziato dal Senato venerdì, il decreto sicurezza che deve avere ora il via libera della Camera ha provocato stupore nel Consiglio nazionale forense e riacceso le speranze di modifiche di una parte della magistratura e dell’opposizione che male hanno digerito il decreto.

Una nota diramata ieri dal Cnf ha infatti scatenato un piccolo giallo su un articolo del testo in cui, invece, l’organismo presieduto da Francesco Greco sostiene di essere stato inserito a sua insaputa. «In merito alla norma del decreto sicurezza che attribuisce al Consiglio Nazionale Forense un ruolo nel processo di rimpatrio degli immigrati e nella gestione dei pagamenti dei legali coinvolti, il Cnf», si legge nel comunicato, «precisa di non essere mai stato informato di tale coinvolgimento: né prima della presentazione dell’emendamento, né durante il suo iter parlamentare, né dopo la sua approvazione». Da qui l’istituzione chiede che «il Parlamento intervenga per eliminarne ogni coinvolgimento, sottolineando che le attività previste non rientrano tra le proprie competenze istituzionali». Scetticismo anche da parte delle Camere penali.

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Inutile sottolineare il giubilo di Pd, Avs e Cinquestelle di fronte a quella che suona come una bacchettata al governo, con il quale invece sia i penalisti che il Cnf hanno sempre avuto ottimi rapporti. L’organismo presieduto da Greco rappresenta l’intera classe forense, non è un sindacato di parte, insomma nulla a che vedere ad esempio con l’Anm, associazione nazionale magistrati, il sindacato delle toghe che nei mesi scorsi ha palesemente contestato l’esecutivo sia riguardo il referendum che in merito alla questione migranti e che, guarda caso, ieri si è detto «sconcertato per l’attacco al diritto di difesa».

La questione ruota attorno all’articolo 30-bis del decreto sicurezza in base al quale il ministero dell’Interno potrà stipulare accordi per programmi di rimpatrio volontario, anche con il Consiglio nazionale forense. In questo contesto, sarebbe riconosciuto un compenso di 615 euro all’avvocato nel caso in cui il proprio assistito faccia effettivamente ritorno nel Paese d’origine. Un modo, in pratica, per favorire il rimpatrio volontario assistito dei migranti che non hanno diritto a rimanere in Italia. Con questa norma si evitano inutili ricorsi del tutto infondati e trattenimenti nei Cpr. Il migrante che non ha diritto torna a casa sua senza passare dal circolo vizioso dei ricorsi a oltranza del tutto immotivati che i legali spesso fanno per ottenere il gratuito patrocinio del singolo migrante, anche se non hanno alcun diritto a rimanere. In sintesi: la norma voluta dalla maggioranza è stata introdotta per sanare il business dei ricorsi, che favorisce la permanenza di irregolari spesso pericolosi nel nostro Paese.

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Invece la sinistra ha cominciato a tuonare. «Gravissimo», ha attaccato la deputata dem Debora Serracchiani che, insieme al resto delle opposizioni, ha trascinato nello scontro anche il Consiglio nazionale forense, massima rappresentanza istituzionale degli avvocati in Italia. Serracchiani ha infatti parlato di «vergogna normativa che lede la stessa dignità dei professionisti e rispetto alla quale, mi auguro, che l’avvocatura faccia sentire la sua voce. Il decreto serve solo a reprimere e togliere diritti. E tutto produce, tranne la sicurezza, perché l’obiettivo è solo fare propaganda». All’esponente dem si è subito accodata la grillina Valentina D’Orso, quindi la collega senatrice M5S Alessandra Maiorino, a seguire l’immancabile Riccardo Magi di +Europa per il quale «siamo a un passo dall’Ice di Trump. La maggioranza prevede il premio in denaro per quegli avvocati che fanno rimpatriare i loro clienti migranti. Una taglia tipo Selvaggio West, dove i diritti sono calpestati e chi dovrebbe tutelare i diritti dei cittadini stranieri viene incentivato economicamente a non farlo».

Magi ha perfino scritto al presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, per chiedergli un incontro urgente sul tema. In sintesi, è scoppiato il caso del premio economico all’avvocato il cui migrante decida di “remigrare”. Un caso che dovrebbe rientrare con la correzione della norma contestata considerato che entro il 25 aprile il decreto va convertito in legge, altrimenti decade. Un aiuto verrà dalla fiducia che il governo chiederà per blindare il testo in Aula, visto che l’obiettivo è chiudere giovedì. Intanto Fdi, per bocca della deputata Marta Schifone, responsabile del Dipartimento professioni, ha replicato all’indignazione della minoranza. «Il Pd scopre oggi il valore istituzionale del Cnf, organismo apicale dell’Avvocatura, categoria di rilevanza costituzionale. Peccato che questa improvvisa sensibilità non si sia mai manifestata in queste settimane in cui invece è stato il governo Meloni a dimostrare il proprio impegno, avviando e trattando il ddl dell’ordinamento forense. I colleghi dem in Commissione Giustizia hanno invece remato contro» ha aggiunto Schifone, «presentando emendamenti che ne contraddicono sistematicamente la volontà». E in quanto all’articolo 30-bis «è una norma additiva. Confonderla con una che toglie rappresenta un errore che non si può accettare da parte di un legislatore». ® RIPRODUZIONE RISERVATA.

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