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Non lasciamo i giovani ai sindaci progressisti

Quanto andato in scena a Genova e Firenze non è intrattenimento, è molto di più, è puro panem et circenses per l'elettorato 5.0, è frequentazione consapevole e politicizzazione obliqua
di Giovanni Sallusti mercoledì 22 aprile 2026

3' di lettura

È una vecchia storia che fa sempre notizia, è Gramsci al tempo di Instagram. L’egemonia culturale oggi è anche, spesso è soprattutto, avvinghiata attorno a una parola d’ordine che ormai è un feticcio (post)ideologico: il “grande evento”. Che non si esaurisce nel suo accadere fisico, ma moltiplica le sue vite virtuali, diventa “instagrammabile”, con orrido ma già imprescindibile neologismo, si fa pillola, ricondivisione, meme che poi ricade sui cosiddetti media tradizionali e impone la narrazione. Ultimo caso di scuola: Silvia Salis, che prima di conquistare la prima pagina di Vanity Fair è diventata virale nell’arena social grazie a quelle foto scattate durante il mega-concerto della star della techno-music Charlotte de Witte in piazza Matteotti a Genova. Un grande rave in centro città, che ha attirato oltre 20mila persone, ovviamente in gran parte giovani, e ha reso istantaneamente la sindaca una che calca i loro palcoscenici, che articola il loro linguaggio, che conosce i loro orizzonti. Il dossier è stato evidentemente studiato a fondo da una collega della Salis, che ha deciso di rilanciare, in una sorta di concorrenza a sinistra tra amministratrici mondane e giovani(liste). La sindaca di Firenze Sara Funaro ha infatti annunciato quello che più che un programma è un cartellone di eventi.

Il set è la città, si spazia dal Bright Festival ai concerti alle Cascine, si arruolano nomi forti dalla techno-house ai rapper ai confini con la trap (Paul Kalkbrenner, Capo Plaza, Giorgia Angiuli, Tedua). Ma l’obiettivo più “ambizioso” (e l’aggettivo va inquadrato nel lessico commerciale, riferito anzitutto a un target che è potenzialmente anche elettorale) è pieno Salis style: un grande evento gratuito portando in piazza una star globale, che nelle intenzioni sarebbe il vate americano dell’elettronica, Moby. Non è intrattenimento, è molto di più, è puro panem et circenses per l’elettorato 5.0, è frequentazione consapevole e politicizzazione obliqua (quindi disimpegnata e ri-postabile) dell’“industria culturale”, come la chiamavano Horkheimer e Adorno. Operazioni di captatio benevolentiae diffusa, emozionale, pre-politica, dunque strumentalmente politicissima? Certamente, ma urge cestinare il tono moralista con cui i due filosofi francofortesi appesantivano la nozione di “industria culturale”. L’espressione artistica e culturale è da sempre anche “industria”, e ha da sempre anche una ricaduta nella polis. Sono dimensioni intrecciate, ed è esattamente per questo che un concerto con un big della musica elettronica può partorire molto più consenso di una dichiarazione programmatica sull’urbanistica o sulla viabilità.

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Il primo, peraltro, è comprimibile nel nuovo spazio-tempo disegnato dalle nuove forme percettive: lo scorrimento della home page. La seconda, no. La narrazione vince sul contenuto perché ha creato un campo di gioco a sua immagine e somiglianza: è la ragione per cui un’ampia fetta dell’elettorato anagraficamente “giovane” ha affrontato il referendum rimpallandosi i reel di attori, cantanti, comici, membri a vario titolo del Jazz Set cliccante sull’inesistente attentato alla Costituzione, ignorando bellamente le dotte disquisizioni sulla separazione delle carriere. Se non vuole rintanarsi in una forma attardata di moralismo (tanto più surreale, sia detto en passant, per lo schieramento erede di quel grande fenomeno commerciale e metapolitico che è stato il berlusconismo), sarà il caso che il centrodestra inizi a toccare palla anche in questo campo. Quello delle Olimpiadi invernali è stato un ottimo esempio di “grande evento” a saldo politico oggettivamente positivo, ma rischia di rimanere episodico. A sinistra, viceversa, hanno palesemente chiaro la portata strutturale della battaglia narrativa. Per favore, aggiornate le impostazioni dell’iPhone, sempre con un occhio a Gramsci.

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