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La "coesione nazionale" che unisce Mattarella e Meloni

La leader di Fdi commemora "la sconfitta dell’oppressione fascista". Sui violenti: "E questi sono quelli che dicono di difendere la libertà..."
di Fausto Carioti domenica 26 aprile 2026

3' di lettura

È stato il giorno delle due Italie. Si è vista quella istituzionale e patriottica, grazie a Sergio Mattarella e Giorgia Meloni. Appartenere a questa Italia non vuol dire pensarla allo stesso modo su tutto, ma riconoscersi in un comune denominatore: a partire da una Costituzione intesa come compromesso necessario tra tutte le forze della Resistenza, che non appartenevano solo alla sinistra. E poi condividere l’idea di Nazione, l’appartenenza all’Occidente e alle sue alleanze, il rispetto dell’avversario. L’altra Italia, che ieri si è fatta vedere ancora meglio, non si riconosce in nulla di questo, e ha usato l’anniversario per fare un sabba contro gli ebrei, la destra di governo e gli Stati Uniti, senza i quali non ci sarebbe stata Liberazione. È a questa Italia che si è rivolta la premier in serata, facendo un bilancio della giornata. Durante le manifestazioni «che dovrebbero celebrare la libertà contro ogni oppressione», ha scritto sul web, si sono viste «aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina», cioè «la bandiera di un popolo che combatte per la sua libertà contro un invasore».

A colpirla, in particolare, sono le «immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione». E ancora. Sindaci appartenenti a ogni schieramento politico sono stati «contestati e insultati». Sono stati imbrattati cartelli e targhe in ricordo delle Foibe. La Brigata ebraica è stata «insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo». «Se questi sono quelli che dicono di difendere libertà e democrazia», commenta Meloni, «abbiamo un problema». E dire che Mattarella, nei giorni precedenti, aveva rivolto un appello agli italiani: quello di rendere il 25 aprile «un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale». È ciò che ieri ha fatto lui stesso, parlando da San Severino Marche, città alla quale nel 2022 aveva conferito la Medaglia d’oro al valor civile. A pochi chilometri da lì c’era il campo di internamento di Urbisaglia, dove furono rinchiusi molti ebrei poi deportati nei campi di sterminio. Il presidente della Repubblica ha spiegato che la ragione della ricorrenza non è scrivere la storia obbedendo «ad astratte posizioni ideologiche», ma «l’amor di Patria». Il suo sforzo è aiutare il Paese a costruire una memoria comune, e con questa intenzione ha ricordato «i militari lasciati allo sbando» dopo l’8 settembre, i giovani «che fuggivano i bandi della sedicente Repubblica sociale italiana e che si unirono nelle formazioni partigiane», i sacerdoti trucidati, i carabinieri morti per difendere la popolazione, l’«eroismo» delle truppe polacche e del Corpo italiano di liberazione. Ha citato la Banda Mario, guidata dall’istriano Mario Depangher e collegata alle Brigate Garibaldi, nella quale militava Mosè Di Segni, padre dell’attuale rabbino capo di Roma. Quindi i partigiani repubblicani delle Brigate Mazzini, il partigiano cattolico Bartolo Ciccardini e il siciliano don Gaspare Morello, «unico religioso ad avere presieduto un Cln, quello di Fermo», e gli altri protagonisti della Liberazione marchigiana.

Un grande sforzo collettivo che fa dire al capo dello Stato: «Ora e sempre Resistenza». È un racconto che Mattarella ha fatto altre volte e che Meloni condivide. I due si sono incontrati all’Altare della Patria, dove Mattarella ha reso omaggio alla Tomba del milite ignoto. Anche in questo 25 aprile la presidente del consiglio ha commentato la ricorrenza con un linguaggio da leader repubblicano, non accusabile di ambiguità. Ha detto che con la Liberazione il popolo italiano ricorda «la fine dell’occupazione nazista e la sconfitta dell’oppressione fascista, che aveva negato agli italiani libertà e democrazia». È il giorno in cui si celebrano «i valori scolpiti nella Costituzione repubblicana», che hanno reso l’Italia «una Nazione forte e autorevole». Su questa idea di Patria la sintonia con Mattarella è forte al punto che lei stessa ha voluto citarlo: «Ci ritroviamo nelle parole del presidente della Repubblica e rinnoviamo il nostro impegno affinché il 25 aprile sia “un momento di riflessione collettiva e di coesione nazionale”». È «dalla concordia e dal rispetto per l’altro», ha annotato la premier, «che la Nazione può trarre rinnovato vigore». Per concludere che «l’amore per la libertà è l’unico vero antidoto contro ogni forma di totalitarismo e autoritarismo. In Europa e nel mondo». Un’idea di Liberazione che guarda al futuro e oltre i confini italiani, all’Ucraina e non solo. Ma che per molti è impossibile da accettare.

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