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Elezioni 2027, andremo a votare l'11 aprile: perché Giorgia Meloni vuole anticipare

di Fausto Carioti venerdì 19 giugno 2026

4' di lettura

Tra un anno, il 19 giugno 2027, l’Italia avrà un nuovo governo. Anche prima, se lo schema funzionerà. Questo prevede di andare al voto domenica 11 aprile e lunedì 12, o al più tardi una settimana dopo, e nel 2022 trascorse meno di un mese tra il voto e il giuramento di Giorgia Meloni e dei suoi ministri. Certo, la sera del 25 settembre dalle urne uscì un parlamento con una maggioranza politica chiara, cosa che il 4 marzo del 2018, con le stesse regole del voto, non era avvenuta. Altrettanto netto, però, promette di essere il verdetto il prossimo anno, se nel frattempo sarà approvata la nuova legge elettorale ora all’esame della Camera, che assegna il «premio di governabilità» alla coalizione vincente.

La forte accelerazione su questa riforma si spiega proprio con la volontà di chiudere la pratica in tempi brevissimi. Già ad agosto, se possibile. In questo caso sarebbe rispettata anche la “buona prassi” raccomandata dagli organismi internazionali, che sconsiglia di cambiare la legge elettorale negli ultimi sei mesi prima del voto. Sergio Mattarella non si opporrebbe: dinanzi alle dimissioni del governo e alla volontà unanime dei leader della maggioranza di chiedere la fine della legislatura, al capo dello Stato non resterebbe che prenderne atto. A palazzo Chigi è più di una tentazione, per molte ragioni.

Ce n’è una tecnica, intanto. Arrivare a scadenza naturale della legislatura, cioè tornare alle urne nel settembre del 2027, significherebbe obbligare il futuro governo, appena insediato, a varare in fretta e furia la manovra di bilancio per il 2028. Successe nel 2022, ma fu una situazione d’emergenza dovuta alle dimissioni estive di Mario Draghi. Replicare la situazione non è nell’interesse di nessuno. Per lo stesso motivo, oltre che perla difficoltà oggettiva di fare campagna elettorale durante l’estate, sarebbe arduo proporre al Quirinale di tornare al voto già nell’autunno del 2026.

FINE MISSIONE
E poi ci sono ragioni politiche. Il governo che il 4 settembre diventerà il più longevo nella storia della repubblica, una volta varata la manovra del 2027, cosa che avverrà a fine anno, e con essa gli ultimi interventi fiscali in favore delle imprese e del ceto medio, avrà sostanzialmente esaurito la propria missione. La legge delega per il ritorno del nucleare in Italia, già votata dalla Camera, otterrà l’approvazione definitiva in Senato prima della pausa estiva, e i decreti delegati dovrebbero essere pubblicati entro fine anno. Fatta la Finanziaria, insomma, l’esecutivo sarebbe condannato a un sostanziale immobilismo, e stare fermi significa logorarsi.

Tanto più che il centrodestra è pronto ad andare al voto, a differenza dei suoi avversari. Il “campo largo” non solo non ha un perimetro definito (come dimostrano le polemiche scatenate dalla fotografia di Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni). Ma non ha nemmeno il programma e il candidato premier: due condizioni rese necessarie dalla legge elettorale che il centrodestra intende approvare nelle prossime settimane. Il problema a destra, semmai, è Roberto Vannacci. Il quale, però, toglie voti anche ai Cinque Stelle, e comunque avrebbe solo da guadagnare nel fare opposizione a un governo costretto ad attendere inerte la fine della legislatura. Anche per regolare i conti con lui, per il centrodestra è meglio anticipare la sfida. Questo pure nell’ipotesi che si finisca per trovare un accordo col generale: oggi nessuno pare essere interessato, tra qualche mese chissà.

Prima di metà aprile sarebbe impossibile, di fatto, andare alle urne. Nel 2027 la Pasqua cadrà il 28 marzo. E i parlamentari acquisiscono il diritto al vitalizio se sono stati in carica almeno quattro anni, sei mesi e un giorno dalla loro proclamazione, che per quelli in carica è avvenuta al più tardi il 10 ottobre 2022. Il requisito scatterà quindi intorno al 10 aprile 2027. Poiché il mandato dura fino alla prima riunione del parlamento successivo che avviene non prima di venti giorni dopo il voto - andare alle urne l’11 e il 12 aprile, o domenica 18 e lunedì 19, garantirebbe a tutti di maturare i contributi versati.

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NESSUN’ALTERNATIVA
Sull’ipotesi di voto a metà aprile ci sono già stati contatti informali, nelle settimane scorse, tra gli uffici di palazzo Chigi e quelli del Quirinale. A quanto risulta, dinanzi alle dimissioni del governo e alla indisponibilità dei leader della maggioranza di sostenere un nuovo esecutivo, tecnico o di altro tipo, il presidente della repubblica non potrebbe fare altro che constatare la mancanza di numeri parlamentari per qualunque alternativa e dichiarare sciolte le Camere, magari dopo aver fatto un giro velocissimo di consultazioni. La responsabilità politica del gesto e il compito di spiegarlo agli italiani, ovviamente, sarebbero tutti del centrodestra. Da quel momento, entro 70 giorni gli elettori dovranno essere chiamati ai seggi per il rinnovo del parlamento, come previsto dalla Costituzione.

La data delle elezioni la deciderebbe quindi il governo: per fissare il primo giorno di voto l’11 o il 18 aprile dovrebbe dimettersi agli inizi di febbraio. Solo nei mesi successivi si voterebbe per eleggere i sindaci di Roma, Torino, Milano, Bologna e Napoli, dove la tradizione è tutta a favore della sinistra. Spetta al governo scegliere il giorno e al momento non c’è alcuna intenzione di accorpare il voto amministrativo con quello delle Politiche.

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