«La sinistra oggi, in America e non solo, è più “di sinistra” di quanto non sia mai stata. Negli Usa, anche i democratici non mettevano mai seriamente in discussione certi valori, per esempio la proprietà privata come fondamentale incentivo per le persone a lavorare di più e a migliorare la propria condizione. Oggi prevale invece una retorica dichiaratamente anti-capitalista».
Ma votarsi a una sinistra radicale, sullo stile del nuovo sindaco di New York, l’islamico Zohran Mamdani non sarebbe la fine per il Partito Democratico americano?
«Una volta pensavamo che le elezioni le decidesse l’elettore che stava in mezzo, fra i due partiti, e una volta poteva votare di qui e un’altra volta di là. Oggi vince chi riesce a mobilitare di più i propri. Per questo la retorica si fa sempre più emotiva e incandescente. Ovviamente ci sono anche dei rischi: Trump ha “trumpizzato” il partito, azzerando gli orientamenti diversi. Questo gli è valso il plauso dei suoi sostenitori, ma forse non aiuta i suoi consensi. Nel Paese c’è una rinascita della minaccia comunista. Ma l’America non sarà mai comunista».
Donald Trump ha approfittato delle celebrazioni per il 250esimo anniversario dell’indipendenza americana per lanciare quello che sarà il suo slogan per le elezioni di Midterm, il prossimo autunno, nelle quali si propone come argine a quanto fino a ieri c’era di più americano, ovverosia l’anticomunismo.
«I sondaggi lo danno perdente», riflette Alberto Mingardi, professore di Storia delle Dottrine Politiche all’università Iulm di Milano, fondatore e direttore dell’Istituto Bruno Leoni, editorialista e scrittore. «L’attacco all’Iran è esattamente il tipo di scelta che alla base MAGA non piace», prosegue lo studioso e appassionato di yankee e Stati Uniti, universalmente riconosciuto come il caposaldo delle idee liberal in Italia. «Ma qualsiasi presidente Usa è condizionato da un establishment di politica estera che vuole sempre fare la guerra al nemico di turno. Trump è stato un freno a quella tendenza, fino all’Iran. Un Trump indebolito potrebbe assecondarla in cerca di legittimazione e supporto».
Anche in Europa è ripreso a soffiare il vento comunista, penso a Jean Luc Mélenchon in Francia e, anche se in modo più edulcorato, al nuovo premier Andy Burnham?
«Bisogna intendersi su che cosa chiamiamo comunismo. C’è stato un tempo in cui le case dei militanti politici erano tappezzate con le opere di Marx e Lenin.
Il marxismo era un po’ una lingua e un po’ una religione e ha forgiato il modo di pensare di una generazione (in parte, poi, transitata “a destra”). Quella cosa lì non c’è più. C’è però una nuova, diffusa ostilità nei confronti del capitalismo e della proprietà privata. Quello che vediamo oggi è un comunismo alla “anche i ricchi piangano”. È persino comico, ma non c’è problema che secondo loro non possa essere risolto mettendo le mani sul conto corrente di Jeff Bezos, Bill Gates o degli eredi di Leonardo Del Vecchio».
In Italia abbiamo Schlein, Conte, Bonelli e Fratoianni che hanno pubblicato la foto del loro summit, da cui hanno escluso Matteo Renzi. Sono i nuovi maccheroni comunists?
«Anche in Italia questa è la sinistra più di sinistra che abbiamo visto dal 1994 a oggi. Guardatevi il famoso dibattito fra SIlvio Berlusconi e Achille Occhetto, quando parlano della riforma delle pensioni. Le proposte dell’uno e dell’altro oggi sarebbero considerate troppo liberiste per qualsiasi partito italiano».
A proposito di Berlusconi, nel 1994 vinse le elezioni scendendo in campo contro i comunisti: Giorgia Meloni oggi dovrebbe utilizzare la foto della banda dei quattro dicendo agli italiani “o me o loro”?
«Avrebbe dovuto farlo per il referendum, e avrebbe vinto».
L’anticomunismo oggi può ancora svolgere un ruolo di fronte politico identitario?
«No. Berlusconi ha prosciugato quel giacimento. Il suo anticomunismo era anche una sorta di antistatalismo epidermico, che Berlusconi poteva incarnare per la sua storia imprenditoriale, anche se poi al governo non è che facesse questo granché di liberale. Oggi i leader di centrodestra sono dei politici di professione, che fanno fatica a proporsi come radicalmente alternativi a uno Stato che gli paga lo stipendio da vent’anni».
Il 13 luglio la banda dei quattro del campo largo farà il suo primo evento elettorale insieme, con una manifestazione unitaria, sempre escludendo Renzi: la sinistra italiana si radicalizza e taglia fuori il centro?
«Mi sembra solo teatro. Renzi è l’unico che faccia un’opposizione davvero “fastidiosa” per il governo e la sinistra ha capito benissimo che o si mettono assieme tutti o non hanno chance. Attaccarlo è un contentino ai militanti più ottusi, per poi imbarcarlo. Il Pd asseconda M5s in questo per cercare di recuperare un coté popolare, dopo anni di governismo in cui è stato il partito dello Stato e degli apparati».
Dalla patrimoniale al risorgere dell’antiamericanismo: cosa c’è di comunista nel programma ideale del campo largo?
«C’è questa idea che il capitalismo non funzioni, perché produce i “super-ricchi” (il fatto che abbia drasticamente ridotto i “super-poveri” non interessa). I “super-ricchi” diventano una sorta di pentola d’oro alla fine dell’arcobaleno: se li tassiamo, riusciremo a risolvere tutti i nostri problemi. Ma i nostri problemi sono in larga parte legati a uno Stato che non funziona. Mettere più benzina, cioè più tasse, in un serbatoio bucato non è una grande idea. Ma è il vero collante ideologico di questa alleanza elettorale».
Stavolta l’utile idiota dei compagni sta a destra e si chiama Roberto Vannacci?
«La destra sta approvando una legge elettorale che fissa una soglia per il raggiungimento del premio di maggioranza. Questo vuol dire che la coalizione deve arrivarci, a quella soglia, altrimenti non prende il premio. Mi sembra che gli autolesionisti siano quelli che non vogliono sedersi al tavolo con Vannacci».
È possibile il ritorno di un’internazionale comunista filo-Putin, pro-Pal e che guarda alla Cina?
«In Cina non c’è una patrimoniale e neppure un’imposta che tassa i super-ricchi, ed è il primo Paese al mondo per numero di miliardari. Difficile che per i nostri anti-capitalisti sia un modello».
Ci sono più comunisti oggi in Cina e Russia o in Europa e Usa?
«In Occidente: a sinistra ma anche a destra e al centro»