Nella immaginifica galassia grillina esistono due o tre buchi neri che continuano a inghiottire la narrazione perfetta della stagione pandemica. Uno ha un nome preciso: Dario Bianchi. Da quando il titolare della JC-Electronics ha raccontato alla Commissione Covid che Luca Di Donna gli avrebbe chiesto una consulenza pari al 10% del valore delle forniture per risolvere i problemi con la struttura commissariale di Domenico Arcuri, il Movimento 5 Stelle sembra avere un solo obiettivo: demolire quella testimonianza, polverizzarne la credibilità. L’ultima carta pescata dal mazzo è Pietro Boria. Professore universitario, collega avvocato e amico sia di Guido Alpa sia dello stesso Di Donna. Dovrebbe essere lui l’uomo capace di far crollare il castello costruito dall’imprenditore. C’è solo un particolare. Boria non ha assistito alla scena principale, e quel che sa è perfettamente inutile ai fini investigativi. È proprio il docente a raccontarlo in un’intervista concessa al Fatto Quotidiano qualche giorno fa. Il suo ruolo, spiega al quotidiano diretto da Marco Travaglio, si sarebbe esaurito con il primo incontro. Quello nello studio di Alpa. Fine della storia. Tutto il resto gli sarebbe passato accanto senza sfiorarlo.
TUTTO IL CONTRARIO
E a poco serve la frase che ha fatto eccitare i grillini e i guardaspalle Pd di Conte: «Guido Alpa e Luca Di Donna, me presente - ha spiegato Boria al Fatto, - non hanno mai parlato né di onorari né di richieste economiche». Sembra una smentita, messa così. In realtà smentisce qualcosa che Dario Bianchi non aveva mai raccontato. L’imprenditore, infatti, non aveva mai sostenuto che la richiesta del 10% fosse arrivata durante quell’appuntamento. Al contrario. Aveva sempre collocato quel passaggio nei successivi incontri con Di Donna, quando Boria non c’era più. Stessa sorte tocca a un altro punto debole. Boria confessa che Bianchi non gli avrebbe mai manifestato dubbio malumori sul comportamento di Di Donna. Domanda inevitabile: perché avrebbe dovuto farlo? È sempre Boria a spiegare che «l’ho accompagnato (Bianchi) a studio Alpa ed è finita lì». Se il suo coinvolgimento si è davvero fermato alla porta dell’ufficio, quale motivo avrebbe avuto Bianchi per aggiornarlo sugli sviluppi di una vicenda che, da quel momento in poi, avrebbe preso un’altra tortuosa e più oscura strada? Poi arriva una dichiarazione che merita una seconda lettura. «Secondo me - dice sempre Boria, (Bianchi) si aspettava la capacità di intrattenere rapporti, di costruire meccanismi e io non volevo fare nulla di ciò».
È un giudizio personale, più che un fatto. E anche qui la ricostruzione inciampa sui passaggi precedenti da lui stesso riferiti, oltre che sulla logica. Perché non era stato Bianchi a bussare alla porta di Alpa odi Di Donna. Era stato Boria a portarcelo, per sua stessa ammissione. Prima dal professore, poi dall’avvocato. Se gli interlocutori vengono scelti da chi accompagna l’imprenditore, diventa complicato sostenere che fosse quest’ultimo ad ambire a un percorso finalizzato a cercare qualcuno disposto a «costruire meccanismi». Magari i “meccanismi” sono stati evocati dopo, ma non certo prima. Ma il passaggio decisivo arriva alla fine dell’intervista. Boria racconta di non sapere nemmeno che Bianchi e Di Donna si fossero rivisti nell’abitazione dell’avvocato. È proprio lì, però, che secondo il racconto dell’imprenditore sarebbe arrivata la richiesta del 10% sulle forniture. E allora la storia della testimonianza esplosiva evocata dai grillini cambia completamente prospettiva. Non è più: Boria smentisce Bianchi, ma Boria ha portato un imprenditore, di cui stava curando gli interessi, nello studio che notoriamente aveva frequentato il premier allora in carica. Avrebbe potuto, per ragioni di opportunità, indirizzare il suo cliente altrove. Non l’ha fatto: perché?
La convocazione del professore rischia di produrre un effetto opposto rispetto a quello immaginato dai grillini. Se confermerà davanti alla Commissione quello che ha già raccontato al Fatto Quotidiano, e sarebbe curioso se se ne discostasse, finirà semplicemente per confermare di essere un testimone con un occhio solo. E se anche riferisse un’altra storia, i grillini dovranno sempre spiegare perché esiste un’altra testimonianza che si sovrappone esattamente a quella di Dario Bianchi. È quella di Giovanni Buini, titolare della Ares Safety. Buini non conosce Dario Bianchi. Arriva da un’altra azienda, da un’altra trattativa e da un’altra storia. Ma quando riepiloga la propria esperienza davanti alla Commissione Covid, affiorano sorprendenti punti di contatto tra le due vicende.
GLI INCONTRI
Anche Buini descrive una serie di incontri con Luca Di Donna e Gianluca Esposito durante una trattativa per una maxi fornitura di mascherine. Anche lui ricorda un appuntamento nello studio di Guido Alpa. Anche lui riferisce che gli sarebbe stata rappresentata la possibilità di facilitare i rapporti con la struttura commissariale facendo leva sulla vicinanza professionale con l’allora presidente del Consiglio, Conte. Buini aggiunge che, dopo due proposte di consulenza, sarebbe comparsa una richiesta ben diversa: una percentuale sulle future commesse pubbliche. La cifra sarebbe stata enorme, circa 60 milioni di euro su un contratto da ben 160 milioni. L’imprenditore ha spiegato di essersi spaventato, di aver revocato i mandati, interrotto ogni rapporto e rinunciato all’operazione perché aveva temuto che quella proposta potesse nascondere una forma di intermediazione non trasparente. Su questo che cosa hanno da dire i grillini? È tutta una grande messinscena per mettere nel sacco Conte e gli Alpa boys? E se ci sono ipotesi di calunnie e diffamazioni, dove sono le querele di Di Donna contro Bianchi e Buini?