Cinquant’anni fa, il 16 luglio 1976, il Comitato centrale del Psi, riunito all’hotel Midas di Roma, diede al Partito socialista una nuova guida e, insieme, una rinnovata speranza. Non elesse soltanto un nuovo segretario ma scelse un nuovo orizzonte che segnò una cesura profonda con il passato, avviando un radicale processo di ridefinizione identitaria e culturale. Da quel momento il Psi ritrovò slancio, ambizione e capacità di incidere nella vita nazionale e internazionale, tornò gradualmente a essere un centro propulsore di idee e contenuti orientati da una visione moderna, europea, laica, fondata sulla libertà come valore inseparabile dalla giustizia sociale e alimentata dal convincimento che non bastasse amministrare l’esistente.
Si comprese che occorreva guidare il cambiamento, governarlo, interpretando le trasformazioni economiche, sociali e culturali di una società in mutamento. Bisognava parlare alle persone, non più genericamente alle masse; mettere al centro i loro bisogni, riconoscere i meriti, recuperare il pensiero del socialismo liberale e applicarlo alle questioni economiche di un’Italia nella quale i temi della crescita, dello sviluppo e dell’impresa assumevano sempre più un ruolo decisivo nella definizione delle politiche pubbliche. Fu un atto di lesa maestà per la sinistra comunista, che solo tre lustri dopo vide crollare sotto le macerie del Muro di Berlino ogni suo dogma, essendosi attardata a rivendicare la ricca lezione di Lenin anziché comprendere e cogliere la sfida di Craxi.
Ma la storia del “nuovo corso” dimostra soprattutto che quando una forza politica sa rinnovare il proprio sguardo, aggiornare i propri strumenti e parlare alle persone con autenticità e visione, diventa protagonista. Per questo quell’intuizione è ancora oggi viva e attuale, e quel 16 luglio di cinquant’anni fa rappresenta un monito anche per coloro che non provengono da quella comunità. È un richiamo che rammenta che la buona politica può cambiare il corso degli eventi quando ha il coraggio di innervare in sé il cambiamento che vuole promuovere.
È un’impostazione che attraversa il tempo, perché in ogni fase di trasformazione profonda serve la capacità di leggere la realtà, interpretarla e guidarla, evitando di subirla. È l’adesione al principio di realtà, senza abdicare alla volontà di incidere e di portare avanti la propria visione, che fa dell’esperienza craxiana non soltanto un ciclo politico, ma la dimostrazione concreta che il riformismo può essere metodo di governo, non un espediente tattico né un’etichetta a intermittenza.
Eppure, questa eredità, così concreta e verificabile nella storia, è rimasta largamente incompresa da una sinistra che, dopo qualche passo avanti, ne ha compiuti molti di più all’indietro. Ha smarrito la capacità di parlare alle persone, di interpretare i mutamenti, di riconoscere che lavoro, impresa, innovazione, competitività non sono categorie “aliene”, ma i terreni sui quali si misura la possibilità di redistribuire opportunità e benessere. Ha preferito rifugiarsi in un moralismo identitario, in un progressismo di superficie, in un lessico che non intercetta più la vita reale. Così quella storia non alberga nei suoi meandri, perché non è stata studiata, capita, assunta come patrimonio. È stata offesa, ripudiata, e rimane per loro un capitolo irrisolto.
Ma le buone idee si fanno sempre largo. E hanno trovato casa altrove, in altre aree e in altri ambiti che, pur provenendo da tradizioni differenti, hanno dimostrato di comprenderne la portata, coglierne l’attualità e valorizzarne la spinta. Ricordare l’elezione di Craxi significa dunque rendere omaggio non solo a un leader che avrebbe assunto la fisionomia dello statista, ma a un pensiero che resiste al tempo e alla storia.
di Stefania Craxi
capogruppo Forza Italia Senato