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Meloni-Vannacci, prove d'intesa: come leggere le manovre in Parlamento

di Fausto Carioti giovedì 16 luglio 2026

4' di lettura

«Riflessione» e «coerenza». Sono le parole che tornano in ogni discorso fatto ieri nel Transatlantico di Montecitorio, da parte dei deputati di Fdi e da parte dei loro alleati che cercano di capire quale strada prenderà adesso Giorgia Meloni.

La «riflessione» è quella annunciata dalla premier nell’intervento-sfogo fatto subito dopo la votazione a scrutinio segreto che ha bocciato l’emendamento di Fdi per introdurre una forma edulcorata di preferenze. Partirà dagli oltre trenta franchi tiratori che hanno colpito martedì; dove arriverà, deve scoprirlo anche lei. Incassato il voto che non si aspettava, ha accarezzato la tentazione di rispondere - Sergio Mattarella permettendo - portando il Paese al voto anticipato. È durata poco. Il capo del governo, assicura chi le ha parlato, non ha intenzione di salire al Quirinale per aprire una pre-crisi. La lettura ufficiale è che si è trattato di un voto contro le preferenze, non contro l’esecutivo. Il primo passo di Fdi, però, è stato verso Roberto Vannacci, in nome della «coerenza». E anche questa è una risposta al “tradimento” del giorno prima.

VOTO CON LO STRAPPO

Fratelli d’Italia ieri ha votato l’emendamento del vannacciano Edoardo Ziello per reintrodurre le preferenze. Un testo che è stato bocciato dall’aula, con 233 voti contrari e 139 favorevoli, e tra chi ha votato per respingerlo c’erano anche i deputati di Lega e Forza Italia. I meloniani sapevano che così la maggioranza si sarebbe spaccata un’altra volta, anche se con effetti meno dirompenti (stavolta non c’era l’imprimatur del governo sull’emendamento). Ed erano consapevoli che il testo non sarebbe passato, visto che da sinistra si erano impegnati a respingere ogni emendamento presentato da Futuro nazionale. Ma sono andati dritti lo stesso. Su indicazione diretta della premier, che - raccontano i suoi - ha inviato un messaggio chiaro: «Su questa cosa io ci ho messo la faccia e non dobbiamo perderla».

Una scelta che ha allargato la distanza con gli alleati. Nelle pause dei lavori parlamentari i gruppetti della maggioranza ieri erano rigorosamente separati in base all’appartenenza partitica, con Galeazzo Bignami, Giovanni Donzelli e Francesco Lollobrigida impegnati in una lunga confabulazione prima che ricominciassero le votazioni. «S’inventeranno qualcos’altro molto presto», commentava intanto un deputato di Forza Italia.

Che non finisca qui è sicuro. La strada della «coerenza» sulla legge elettorale proseguirà in Senato. Dove il presidente Ignazio La Russa ha subito ricordato che «quello che viene votato in un ramo del parlamento può essere cambiato nell’altro ramo» e che se quell’emendamento fosse presentato a Palazzo Madama, visto il regolamento differente, verrebbe votato a scrutinio palese, rendendo impossibili imboscate dei franchi tiratori.

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L’IPOTESI DELLA FIDUCIA

Perché la seconda carica dello Stato si è esposta così, sapendo che quel testo, se modificato, dovrà tornare a Montecitorio? «Perché la prossima volta, alla Camera, Meloni ci metterebbe sopra la fiducia», dice il tam tam nel centrodestra, e gli esponenti del partito della premier non fanno nulla per smentirlo.

I senatori di Forza Italia, intanto, hanno fatto sapere ai loro alleati che non voteranno alcun emendamento che reintroduca le preferenze. Segnali simili sono stati inviati dai leghisti. Traduzione: non ci provate. L’allungamento dei tempi - sarebbe necessaria una seconda lettura a Montecitorio - sconsiglia questa scelta, ma si è appena visto che in nome della «coerenza» la presidente del consiglio non esita a percorrere strade impervie.

Al momento, però, Meloni non è interessata a drammatizzare ulteriormente. Motivo per cui non ha cercato Mattarella, che a sua volta si è tenuto distante dalla vicenda: non spetta a lui la prima mossa. Il governo non è stato sfiduciato e non c’è alcuna necessità di un confronto tra i due. Il capo dello Stato, del resto, rinvierebbe la premier alle Camere, dove con ogni probabilità otterrebbe di nuovo la fiducia. E sarebbe politicamente difficile, per Meloni, spiegare agli italiani che andranno alle urne in anticipo perché un gruppo di parlamentari del centrodestra ha votato contro un testo su cui c’era l’accordo dei leader dei partiti della coalizione.

Per questo la premier, per ora, può solo tirare dritto. Con la riforma della legge elettorale che oggi sarà approvata alla Camera: a settembre, in Senato, deciderà se imboccare la strada indicata da La Russa. E con il programma di governo, sempre più centrato sulla sicurezza, come dimostra il disegno di legge “anti-maranza” varato dal consiglio dei ministri subito prima che l’emendamento di Fdi fosse respinto. In attesa di decidere su Vannacci. «La riflessione è in corso anche su di lui», avverte un dirigente di Fdi. «Metà dei nostri è favorevole, metà è contraria. Deciderà Giorgia, alla fine». Come sempre.

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