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Su Vannacci Meloni prende tempo

di Fausto Carioti venerdì 17 luglio 2026

3' di lettura

Prima regola del centrodestra su Roberto Vannacci: a microfoni accesi nessuno dice che ci si accorderà col generale. Chi parla, lo fa per sostenere il contrario. Seconda regola: a microfoni spenti, pochissimi lo escludono. «Tanto alla fine non decideremo noi, deciderà Giorgia. Che sta riflettendo anche su questo», taglia corto un esponente di Fdi. E qualunque strada prenda la leader, il suo partito la seguirà.

Dipenderà anche dal cammino della legge elettorale. La presidente del consiglio è tentata dalla proposta di Ignazio La Russa: riprovare a mettere le preferenze nel testo della legge elettorale, con chi ci sta, a Palazzo Madama, dove non è previsto il voto segreto. Al Senato i vannacciani non esistono, e dunque non saranno possibili intese con loro, come quella che ha portato Fdi a votare l’emendamento presentato dai deputati di Futuro nazionale e poi bocciato dall’aula. Ma la proposta di legge, se modificata, dovrà poi tornare a Montecitorio. E lì potrebbe esserci una nuova “saldatura” tra la destra di governo e Fn, suggellata dalla fiducia che il governo potrebbe mettere sul provvedimento, per farlo digerire a Forza Italia e ai tanti nemici delle preferenze che sono tra i banchi di ogni partito, anche della maggioranza.

Per ora è un’ipotesi (il voto finale alla Camera sarebbe comunque a scrutinio segreto, quindi rischiosissimo), tra settembre e ottobre si vedrà. Per Meloni, le preferenze sono un modo per rimarcare la «coerenza» con cui vuole ripresentarsi al giudizio degli italiani. Resta da capire fin dove è disposta a spingersi.

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SE LA LEGGE NON CAMBIA

Un senatore di Fratelli d’Italia, appartenente alla metà del partito che non ha simpatie per il generale, la mette così: «Lo capiremo da come andrà a finire con la legge elettorale. Se passa, avremo un proporzionale col premio di maggioranza che scatta al 42%. In quel caso la coalizione si presenterà senza Vannacci. Ma se la riforma della legge elettorale per qualche motivo non si fa, voteremo con la legge attuale, che assegna la vittoria a chi vince più collegi uninominali. Fosse così, non potremo permetterci di non fare un accordo con lui».

Non tutti, dentro Fdi, la pensano in questo modo. Molti, come il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari, ritengono il sostegno all’Ucraina una variabile decisiva, sufficiente per ritenere il filorusso Vannacci incompatibile con la linea atlantica e pro-Kiev del partito e della coalizione.

Piccoli spiragli, però, iniziano ad apparire nei posti più impensabili. Il forzista Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, commentando il voto congiunto espresso mercoledì in aula da Fdi e Fn, ieri ha spiegato che «quello non è l’asse del male. È un asse che si è costituito su un emendamento, come capita in parlamento. Non chiediamo sempre che il parlamento si appropri del proprio ruolo e che faccia norme che non siano imposte dal governo?». Non ci sarebbe da stupirsi, insomma, se succedesse di nuovo. Un po’ come accade nel parlamento europeo, dove i Popolari (la famiglia cui appartengono gli azzurri) non disdegnano, su temi come l’immigrazione e la sicurezza, di votare insieme alle famiglie di destra.

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FORZA ITALIA E LEGA

«È la Lega il vero problema con Vannacci, non noi», assicura una fonte parlamentare azzurra. Massimiliano Fedriga conferma. Ieri è toccato a lui ribadire che con Vannacci non si può: «Quando sento dire che qualcuno, in un giorno, fa la remigrazione di tutti e risolve tutti i problemi della sicurezza, penso che si stia per l’ennesima volta prendendo in giro i cittadini. È una roba insopportabile».

Meloni, raccontano i suoi, in questo momento non vuole sentir parlare del generale, ma non ha preso una decisione definitiva e passerà tempo prima che accada. Intanto dà dimostrazioni di coerenza sulla sicurezza e sulle preferenze. Anche a costo, su queste ultime, di distanziarsi dai suoi alleati di governo e avvicinarsi a Vannacci.

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