Più che un’intervista, quello del New York Times con Giorgia Meloni è un viaggio nell’evoluzione politica della destra italiana. E che viaggio, riconosce il quotidiano liberal per eccellenza: «Dal lato scomodo della storia alla soglia della guida del governo più longevo dell’Italia del dopoguerra». Traguardo che sarà raggiunto, ricorda ai lettori il Nyt, il 4 settembre.
In attesa delle elezioni del prossimo anno, un altro obiettivo è stato centrato, riconosce Roger Cohen, il capo dell’ufficio di Parigi del giornale che ha incontrato la presidente del Consiglio italiana a Palazzo Chigi: l’Italietta improvvisata, insicura e timorosa del passato non c’è più. Roma ha conquistato «una posizione chiave nella politica europea che sta cambiando».
Merito della «stabilità» conquistata «sotto la guida della signora Meloni». Bastano un paio di dati per rendere l’idea, scrive il Nyt: da quando alla guida dell’esecutivo c’è lei, «la Francia ha avuto sei governi e la Gran Bretagna tre primi ministri».
IL NODO DEL TYCOON
C’è un dente, però, che vale la pena togliersi subito: il complicato rapporto con Donald Trump. Il Nyt è su posizioni opposte rispetto al tycoon, ma riconosce che tra Meloni e il presidente repubblicano vi fossero tutte le premesse per un rapporto favorevole. Invece non sta andando così, ricorda il quotidiano ripercorrendo tutte le occasioni di frizione. «È evidente che con Donald Trump credevo che le cose sarebbero state più facili, data la nostra convergenza su immigrazione e cultura woke. Le cose sono andate diversamente», ammette la presidente del Consiglio. Al punto che lei e Trump, «non si parlano da alcune settimane». E il disgelo non si scorge all’orizzonte, visto che Meloni, alla domanda se dopo la pausa estiva ci sarà un contatto con il numero uno della Casa Bianca, si limita a rispondere: «Be’, vedremo». Porta socchiusa.
In fondo anche la forza nel tenere testa all’alleato più importante va ricondotta alla strategia che Meloni persegue da quando è alla guida del governo: superare l’immagine di un Paese pardon di una «nazione» che piega la testa. «Non mi piace l’idea di un’Italia sottomessa, un’Italia che si considera inferiore agli altri». E questo vale sia per Emmanuel Macron, sia per lo spagnolo Pedro Sánchez, sia, appunto, per Trump. Il suo obiettivo, rivela la premier al Nyt, è realizzare «la più grande rivoluzione che possa avvenire in questa nazione: una rivoluzione dell’orgoglio». Idealmente è il seguito del celebre «l’Italia, e io, non supplichiamo mai» con il quale Meloni rispose alle parole di Trump sulla supplica di scattare una foto con lui. «Non decido la strategia italiana sulla base dei miei rapporti personali». Un messaggio nella bottiglia a tutti gli alleati, Washington compresa: quali che sia lo stato delle relazioni con i leader, questo non influenza la ricerca dell’interesse nazionale.
All’inizio del colloquio, la premier rivela che la sua parola preferita è «coraggio».
Così non stupisce che Meloni rivendichi con soddisfazione il fatto che l’Italia non sia più la «ruota di scorta di Francia e Germania», ma che adesso si sieda «al tavolo di chi decide la direzione», ad esempio sulle politiche in materia di immigrazione. L’esempio che calza a pennello è il recente muro contro muro con la Spagna dopo l’afflusso di migranti a Ceuta: «Lo scontro ha dimostrato l’influenza della signora Meloni nello spingere l’Europa verso destra». Argomento, peraltro, sul quale ieri la premier è tornata anche con un post su Facebook attaccando la segretaria del Pd, Elly Schlein: «Parla di boomerang e di un presunto fallimento. Ma prima di fare propaganda sarebbe utile conoscere la differenza tra le questioni di cui si parla».
Con il Nyt, Meloni volge lo sguardo alle elezioni politiche del prossimo anno. «Non c’è alcun segno che il suo consenso stia crollando», osserva il quotidiano con un occhio ai sondaggi che vedono Fratelli d’Itali godere di consensi superiori a quelli incassati nel 2022. Anche perché dall’altra parte c’è «una sinistra divisa» che «non ha una leader del suo calibro».
I NUMERI ECONOMICI
A proposito: nell’articolo Cohen riporta anche una battuta di Schlein, che a proposito del prossimo record di governo più longevo della storia della repubblica, obietta che «la stabilità può essere un valore, ma quando diventa immobilismo, la gente non perdona». Meloni «risponde per le rime», nota Cohen. Nel senso che di fronte all’intervistatore «snocciola un lungo elenco di parametri» su occupazione, inflazione, sbarchi di migranti irregolari, spesa sanitaria e spead di mercato per dimostrare che si appresta a presentare agli elettori un’Italia migliore di quella ereditata nel 2022: «Ditemi se non sono migliorati!» (i dati, ovvio). In effetti, ammette il corrispondente del Nyt, «questi numeri si sono effettivamente mossi in una direzione positiva, seppure a volte in modo marginale». E qui Meloni interviene «con la consueta ironia», nota Cohen: «Ma è possibile che io non abbia fatto niente!».