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Ilaria Salis, le lacrime della vedova rossa: "Non facciamoci fregare"

di Lorenzo Cafarchio domenica 23 agosto 2026

3' di lettura

«Go woke, go broke». «Diventa woke, vai in rovina». L’assist ce lo fornisce in un commento di qualche mese fa su X - luogo principe per il dibattito di queste ore - Elon Musk. La palla quindi è in rete e dopo le parole del volto socialista statunitense, Alexandria Ocasio-Cortez, «woke one was crazy» - «il primo woke era folle» - anche a questa latitudine è iniziato il fuggi-fuggi dai meandri della cancel culture e dei suoi derivati. Repubblica ha fornito la piattaforma italiana dove Giuseppe Conte e i suoi fratelli hanno potuto prendere le distanze dalle prodezze intellettuali, dell’ultimo decennio, della sinistra globale a trazione stelle e strisce. Eppure non tutti hanno lasciato la pista da ballo del wokismo.

Sono rimasti gli ultimi ribelli danzanti, i pasdaran o forse sarebbe meglio dire le vedove inconsolabili. Quando c’era lui, il woke sia chiaro, si stava meglio. Certamente. E allora vai con Selvaggia Lucarelli. Gira al largo, prima. «Quando si parla di “eccesso del woke” bisognerebbe specificare quali eccessi e quando si dice “ero contrario alla cultura woke”, bisognerebbe specificare cosa si intende». Poi la lacrimuccia. «Ci ha liberati da molti stereotipi, ci ha sensibilizzati su tematiche prima invisibili, ha portato al centro del dibattito diseguaglianze in diversi segmenti, femminismo, inclusione, intersezionalità, discriminazioni sul lavoro, ha dato voce alle minoranze etniche, ha denunciato abusi, violenze, sopraffazioni, razzismo. Ci ha donato consapevolezza e strumenti». Gli effetti collaterali sempre a margine. Al “risveglio”, comunque, dobbiamo molto.

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È la volta di Ilaria Salis. La resistente traccia la linea intransigente. «Non facciamoci fregare, suvvia». In Italia del resto il «woke è un fantasma agitato dalla destra nell’ambito delle sue guerricciole culturali», la proiezione delle proprie elucubrazioni sulla controparte. «Nella sostanza, serve a delegittimare nell’opinione pubblica le battaglie femministe e antirazziste, contrapponendole falsamente e pretestuosamente alle lotte per la giustizia economica. È una stupidaggine colossale. Diritti civili e diritti sociali non sono mai contrapposti e nemmeno alternativi: sono sempre complementari. E la lotta per gli uni rafforza sempre quella per gli altri. Wake up & fight».

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L’europarlamentare il campo di battaglia non lo lascia e con lei Antonella Bundu. Eccola in video mentre pettina la sua chioma afro e con in sottofondo Erykah Badu che canta Master teacher. Lo slogan: «Ci vuole più woke, altroché». Perché, si chiede l’attivista, «dovremmo scegliere tra la lotta di classe e la lotta contro il razzismo, tra il salario e i diritti, tra la sanità pubblica e la Palestina? È esattamente il contrario: se vuoi capire le disuguaglianze devi guardarle tutte insieme». O tutto o niente.

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La trincea non la mollano. Del resto sono proprio loro il duo dinamico all’assalto della bianchezza e della cultura europea. E qui, lo sappiamo, non si fanno passi di lato figurati indietro. La scrittrice Mila Spicola, autrice del libro L’Italia secondo Elly Schlein, invece dice «una cosa fuori moda. I fondamenti della buona educazione e del rispetto sono sostanzialmente quello che alcuni definiscono woke. Se vi fa piacere non lo chiamiamo woke».

Siamo passati dalla rimozione delle statue nelle nostre piazze al buongiornissimo caffè. Il giornalista Lorenzo Tosa, insieme al consigliere Pd di Voghera e animatrice della pagina social Meme della terza Repubblica Giulia Fossati, ha lanciato un post dal titolo “Woke (parliamone, ma non per slogan)”. Allontanarsi da questa cifra stilistica è «una gran cagata» a meno che «non voglia dire che da oggi la sinistra prende le distanze dall’occuparsi delle disuguaglianze». A cui la Fossati aggiunge «non sarà rinnegare la parola woke a renderci più di sinistra». Le vedove vestite a lutto (non di nero, ça va sans dire) restano al capezzale di parole fatte tramontare dagli stessi che le agitavano senza posa.
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