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I gazebo a sinistra? Vent'anni di bluff

Partecipazione e democrazia? Solo retorica: storia delle primarie-balla, da Prodi a oggi
di Corrado Ocone venerdì 28 agosto 2026

3' di lettura

«Con le primarie si rischia di perdere voti», ha detto l’ex ministro della Salute Roberto Speranza. E perplessità sembra averle manifestate anche colui che per molti è il vero «motore immobile» del Pd, Dario Franceschini. Strano destino per un istituto nato all’insegna della partecipazione e della democrazia. Ma strano fino a un certo punto, a ben vedere.

A circa venti anni dalla loro nascita, si può infatti dire che le primarie italiane si siano dimostrate uno dei maggiori bluff che la sinistra abbia messo in piedi. Mutuate dal sistema elettorale americano, ove hanno ben altro senso e una lunga tradizione, esse nacquero all’insegna appunto della retorica partecipativa più spinta. E quindi come uno strumento offerto al «popolo di sinistra», le mitiche masse di un tempo, per scegliere i leader e quindi anche la linea politica.

Retorica, perché, già ai tempi di Romano Prodi e Walter Veltroni, i gruppi dirigenti a tutto pensavano fuorché a rinunciare al loro potere, come sarebbe avvenuto se si fossero stabilite una volta per tutte regole e procedure di svolgimento e soprattutto se la convocazione delle primarie fosse divenuta obbligatoria.

VUOTA LITURGIA

Invece, diventate “ballerine” sia le regole sia le convocazioni, le primarie sono state evitate nei frangenti in cui erano ritenute “pericolose” e sono diventate una sorta di vuota liturgia laica negli altri casi. Un rito che è servito a confermare leader già scelti nei più ristretti «cerchi magici» di partito, o per ostacolare l’ascesa di «irregolari» e homines novi. Una specie di festa in piazza, come quella del primo maggio, o una manifestazione volta a convincersi di essere ancora e sempre dalla “parte giusta”.

Il punto più alto del bluff lo si è raggiunto con l’elezione nel 2023 di Elly Schlein alla segreteria del Partito democratico, decisa dai vertici e frutto di una spietata lotta di potere che ha fatto sì che le primarie ribaltassero la scelta degli iscritti, che a rigor di logica dovrebbero essere i soli ad avere voce in capitolo in tali circostanze. Moralismo a buon mercato il nostro?

Niente affatto. Si sa che la politica è opera di élite, spesso in lotta fra loro. E che certe dinamiche si ripropongono anche nei partiti, la cui “democrazia interna” è frutto anch’essa di una più o meno onesta dissimulazione. Democrazia e partecipazione sono sempre in qualche modo condizionate, come ci insegna la scuola del realismo politico, che fra l’altro fu a sinistra forza e vanto del vecchio Pci.

Ciò che però non quadra in questa vicenda è proprio il bluff, l’azione sistematica volta a ingannare militanti e simpatizzanti. Non quadra l’ipocrisia di chi parla di partecipazione lasciando credere che anche in un partito possa mai valere la regola dell’“uno vale uno”.

E forse l’ipocrisia, prima di ogni altro, è il motivo per cui, nel corso degli anni, sempre meno votanti si son presentati ai seggi, in numero ben lontano dai quattro milioni e passa delle primarie di coalizione del 2005 e dai tre milioni e mezzo di quelle del Pd di due anni dopo. Al bluff era inevitabile che seguisse il fallimento.

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