Dietro al dibattito sulle primarie che ha movimentato il centrosinistra - meglio: il Pd in questo torrido agosto, c’è un paradosso. Le primarie sono uno strumento che il centrosinistra, nel lontano 2005, portò in Italia, copiandolo dai Democratici americani. L’idea fu del professore Arturo Parisi, politologo, allora braccio destro di Romano Prodi, e nacque nel contesto di un mondo di centrosinistra che, dopo la caduta del Muro di Berlino, la discesa in campo di Silvio Berlusconi e la sconfitta della gioiosa macchina occhettiana, viveva la necessità di una ripartenza. Lo sguardo andò ai Democratici americani, interpreti di una sinistra liberale, moderna, progressista. Il sogno era che nascesse in Italia un Partito democratico, come quello americano. Ma la strada per unire culture diverse, post comunisti e post dc, era lunga. Si cominciò, perciò, importando un metodo. Rivoluzionario per la politica di allora: le primarie. Era il 16 ottobre 2005 e l’Unione, coalizione creata dopo il fallimento dell’Ulivo, organizzò per la prima volta in Italia le primarie. Quattro milioni di persone si misero in fila ai gazebo e scelsero Romano Prodi. Risultato atteso, era il candidato predestinato. Ma fu rivoluzionaria la scelta.
Nei venti anni successivi, il Pd - che nacque nel 2007 proprio con delle primarie, questa volta di partito - ha fatto, di questo metodo, non solo il proprio Dna, ma la differenza dal centrodestra. Per ben 7 volte è stato usato su scala nazionale, segnando un tratto distintivo: “Voi avete un capo, noi un leader eletto democraticamente”. Il metodo delle primarie è il fatto su cui la sinistra dagli anni Duemila in poi ha esercitato la più forte egemonia culturale. Forse l’unico. È stato copiato all’estero (in Francia se ne sta discutendo proprio in questi giorni) e in alcuni momenti anche il centrodestra ha provato a inseguire (dai gazebo della Lega ai banchetHa del paradossale, perciò, quello a cui abbiamo assistito in questi giorni: dirigenti del Pd (Goffredo Bettini, Stefano Bonaccini, Roberto Speranza) e intellettuali progressisti (Francesco Piccolo, Michele Serra, Corrado Augias) che invitano a non farle, ad archiviarle. Troppo divisive, conflittuali, un boomerang. Mentre a difenderle, secondo paradosso, sono i dirigenti del M5S, movimento che sempre le ha evitate, preferendo metodi (le consultazioni online) che il Pd ha sempre guardato dall’alto in basso, considerandole una presa in giro rispetto alle primarie, per il numero molto più ridotto di persone coinvolte. Terzo paradosso: cosa si propone, tra i contrari alle primarie, come metodo alternativo? Quello dell’avversario, il centrodestra, per vent’anni accusato di coltivare il culto del capo, di disprezzare le scelte democratiche. Ovvero: va a Palazzo Chigi chi prende più voti. In alternativa, si propone un accordo tra segretari di partito, stile Prima Repubblica. Insomma, dall’egemonia alla sudditanza culturale.
La giornata di ieri ha confermato questa curiosa inversione di ruoli. Se Stefano Patuanelli, capogruppo del M5S al Senato, difende le primarie, definendole un «momento di grande partecipazione e democrazia» che «potrebbe avvicinare alle urne i nostri popoli» e dunque «sono oggettivamente l’unica scelta», Eugenio Giani, presidente della Toscana, suggerisce di farle «solo se saremo costretti dalla legge elettorale a mettere il nome del candidato premier sulle schede». E mette in chiaro di non essere «un tifoso delle primarie». «Dibattito surreale», lo ha definito il segretario di Sinistra Italiana Nicola Fratoianni, ribadendo la sua contrarietà alle primarie. E contro i gazebo si sono levati gli intellettuali di sinistra: dopo Francesco Piccolo, che su Repubblica li ha definiti «un imbroglio», è stata la volta di Michele Serra, che le ha bollate come «fratricide», implorando di non farle («voglio votare una volta sola»). Ieri, infine, Corrado Augias che ha fatto sua la grande obiezione: «C’è qualcuno che davvero crede possibile che la parte sconfitta nella scelta del suo candidato voterebbe alle vere elezioni il candidato vincente dell’altra parte»? Denunciando, così, l’assenza di una coesione tra gli elettori del campo largo (ma allora il problema non sono le primarie). In tutto questo c’è un dettaglio ignorato da dirigenti e intellò: Elly Schlein, che senza primarie non sarebbe diventata segretaria del Pd, vuole farle. E, per statuto del Pd, è suo diritto parteciparvi da candidato premier.