Come fanno a stare insieme l’inventore del Jobs act e Fratoianni? Come è possibile che un riformista con forti tratti atlantisti ed europeisti si metta in coalizione con i pentastellati? D’accordo che a sinistra si pensa a un “campo largo”, ma per tenere insieme cose così diverse ci sarebbe bisogno di una pianura intera... Ecco, tuttavia, che si comincia a capirne di più: qualche sera fa, in televisione, Matteo Renzi ha candidamente ammesso che la più importante delle ragioni che gli impongono di stare in un’alleanza con i Cinquestelle e con Alleanza Verdi-Sinistra, dai quali lo divide un mondo, è costituire, nel nuovo Parlamento, una maggioranza che possa condizionare decisivamente l’elezione del prossimo Presidente della Repubblica, prevista per il 2029.
Per carità, nulla di così nuovo o strano, sono mesi che i commentatori ripetono che la posta in gioco, nelle prossime elezioni politiche, non è costituita solo dalla nuova rappresentanza parlamentare e dal nuovo governo, ma anche dalla scelta del nuovo Capo dello Stato. Il dibattito, poi, si è infiammato da quando Giorgia Meloni ha detto che un nuovo Presidente della Repubblica di destra non sarebbe più un tabù.
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Però, da come l’ha messa Renzi, qualcosa di nuovo e strano c’è. Come sappiamo, le elezioni politiche del 2027 hanno come obbiettivo immediato il rinnovo delle Camere rappresentative, che dovranno concedere la fiducia a un nuovo Governo. A questo servono, per Costituzione, le elezioni politiche: a riattivare periodicamente il circuito democratico, partendo dal popolo per arrivare al potere esecutivo, passando per il Parlamento. Invece, le affermazioni di Renzi lasciano pensare che esse servano soprattutto a condizionare un’altra, essenziale, partita: l’elezione del nuovo inquilino del Quirinale. Scelta talmente decisiva da imporre coalizioni altrimenti impensabili, che ignorano allegramente i fossati politico-culturali che dividono il mondo della sinistra riformista da quello dei Cinquestelle e di AVS.
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CHIAMATA ALLE ARMI
E gli elettori? Di fronte a questi messaggi, essi subiscono oggi, nella campagna elettorale che sta iniziando, una sorta di immediata chiamata alle armi, per dar vita a un Parlamento che, nel 2029, (con l’apporto numericamente non rilevantissimo dei delegati regionali) possa garantire il raggiungimento delle maggioranze necessarie alla bisogna (due terzi dei votanti nelle prime tre votazioni, maggioranza assoluta degli aventi diritto dal quarto scrutinio). Insomma: al bando le differenze, si trascuri l’evidenza di idee e culture politiche distantissime tra loro: anziché una nuova e variegata rappresentanza politica, si abbia una falange unita dall’obbiettivo essenziale.
È come se il Parlamento che verrà debba assomigliare a un collegio di “grandi elettori”, costituito apposta per scegliere il nuovo Presidente della Repubblica, e per fare solo quello, come avviene in qualche forma di governo presidenziale. Ma pensiamoci bene: questo modo caricaturale di raccontare le nuove elezioni politiche non ha nulla a che fare con la Costituzione vigente, ne costituisce anzi una evidente distorsione. Ed è paradossale che ciò avvenga proprio ad opera di coloro che farneticano, un giorno sì e l’altro pure, del rischio di una deriva autoritaria voluta dalla destra, della “donna sola al comando” insofferente dei controlli democratici, e di un incostituzionale “premierato di fatto” che sarebbe prefigurato dalla nuova legge elettorale.
La realtà è che proprio quelli che, a parole, vogliono difendere la Costituzione dalle insidie autoritarie, e che si richiamano alla Repubblica parlamentare, ci presentano una sorta di “presidenzialismo di fatto”, che la nostra Carta non prevede affatto. Proviamo a unire i puntini, ci accorgeremo che il disegno complessivo presenta tratti sorprendenti. Da una parte, la prassi della rielezione per un secondo mandato degli ultimi due Presidenti della Repubblica, nel silenzio della Costituzione, che non la vieta ma nemmeno la prevede. Ne risulta una carica che può durare quattordici anni: sfido a trovarne l’uguale, se si prescinde da Putin e da qualche altro autocrate. Dall’altra parte, la crisi dei partiti e del Parlamento, che ha lasciato emergere con nettezza, come scrivono nel loro recente libro Gaetano Quagliariello e Lorenzo Castellani, il nuovo Principe, appunto il Presidente della Repubblica, sul quale riposa la legittimità stessa del sistema.
E ora per completare il quadro, ci si dice che alle elezioni politiche dobbiamo votare pensando soprattutto a chi dovrà succedere a Mattarella. Ma allora: chi tradisce la Costituzione? Chi la distorce in questo modo, oppure chi avrebbe voluto cambiarla nelle forme canoniche, magari per introdurre un presidenzialismo non di fatto ma di diritto?
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