C’è una parola che in questa storia ricorre più di tutte: salute. Ed è proprio attorno alla salute che si sta consumando un curioso cortocircuito politico. Da una parte c’è un’inchiesta della Procura di Ravenna che ipotizza l’esistenza di una rete di medici impegnata a produrre certificazioni di non idoneità al trattenimento nei Centri di permanenza per il rimpatrio. Dall’altra c’è una parte della sinistra che, davanti alle perquisizioni e all’iscrizione del dottor Nicola Cocco nel registro degli indagati per associazione a delinquere, sembra spostare il fuoco: non più la verifica dei fatti contestati, ma la legittimità stessa dei Cpr.
Si può essere contrari ai Cpr e contestarne le condizioni. Ma altra cosa è sostenere che la valutazione sanitaria possa trasformarsi in un veto politico al trattenimento. La medicina accerta una condizione clinica; la politica decide sui Cpr; la magistratura verifica se le certificazioni siano state redatte correttamente. È questo il nodo vero: è il punto.
IL NUOVO IDOLO
Nicola Cocco, il medico considerato dagli inquirenti un referente della rete, non nasconde la propria posizione. Nelle interviste di questi giorni ha respinto l’accusa di avere promosso certificati falsi e ha rivendicato una campagna sulla «patogenicità» dei Cpr. Ha raccontato di avere visto persone con gravi problemi fisici o psichici entrare comunque nelle strutture e ha sostenuto che i sanitari abbiano agito secondo scienza e coscienza. Ha parlato anche di «disobbedienza civile». Ma nell’inchiesta ci sono anche elementi che spiegano perché la Procura abbia acceso i riflettori. In una chat del giugno 2024 Cocco scriveva a una collega indagata: «Se vi va mandatemi copia delle certificazioni, che sto tenendo una mappatura». E in una conversazione del luglio 2025 compare la frase: «Gli facciamo il culo a sti sbirri maledetti». Nei provvedimenti dell’inchiesta i certificati vengono descritti come inseriti in un’ottica di aperta contestazione del sistema di gestione dell’immigrazione clandestina. La Procura ha contestato a Cocco l’ipotesi di associazione a delinquere; 23 medici sono stati perquisiti, mentre le altre posizioni restano da valutare.
È qui che il dibattito politico rischia di diventare un processo alle intenzioni.
Laura Boldrini ha parlato di medici diventati il «nuovo nemico pubblico numero uno» della destra e ha sostenuto che chi è trattenuto nei Cpr abbia diritto alla tutela della salute. Il Pd di Bologna ha partecipato a un presidio in solidarietà ai sanitari, sottolineando che valutare l’idoneità sanitaria al trattenimento non può essere un reato e che nessuno dovrebbe essere condannato politicamente o mediaticamente prima della conclusione del procedimento.
Sono posizioni politiche legittime. Ma non rispondono alla domanda giudiziaria: le certificazioni contestate erano corrette e adeguatamente motivate oppure no?
Ancora più significativo è il salto compiuto da Ilaria Cucchi. La senatrice di Avs ha accusato il pubblico ministero di avere acquisito sue conversazioni con Cocco in violazione dell’articolo 68 della Costituzione e ha definito l’operazione una «intimidazione».
MESSAGGI AL SETACCIO
Ha aggiunto di non avere nulla da nascondere e di voler continuare la propria battaglia contro i Cpr. La Procura ha invece estratto automaticamente le chat sulla base di parole chiave indicate nel decreto, tra cui “Cpr”, “non idoneità” e “certificati”; dopo essere emersa la presenza delle conversazioni di Cucchi e della deputata Francesca Ghirra, le chat parlamentari dovrebbero essere sigillate come previsto dalla legge. Nel frattempo, Ilaria Salis si è schierata pubblicamente con Cocco. In un messaggio rilanciato sui social lo ha definito una persona dai «solidi principi morali» e un «professionista serio», sostenendo che la Procura di Ravenna stia «criminalizzando il lavoro di cura» rivolto alle persone migranti. Anche qui, però, la solidarietà politica non risolve il nodo dell’inchiesta: stabilire se ci sia stata o meno una condotta illecita spetta alla magistratura, non a una piazza né a una campagna social.
Il punto, allora, è molto più semplice di quanto lo scontro ideologico faccia apparire. Un medico può essere contrario ai Cpr. Un parlamentare può chiederne l’abolizione. Un cittadino può ritenerli indispensabili o inutili. Ma una certificazione sanitaria dovrebbe restare una certificazione sanitaria. Se una persona è realmente non idonea, va tutelata. Se è idonea, non può essere dichiarata non idonea per una ragione politica. Ed è esattamente questa linea di confine che l’inchiesta di Ravenna dovrà chiarire.