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Le riforme necessarie di cui nessuno parlerà più

Irrisolti i nodi del bicameralismo perfetto e dei poteri del premier. Ma il dibattito polarizzato non lascia spazio...
di Nicolò Zanon giovedì 24 settembre 2026

4' di lettura

Quelle che seguono sono parole dettate dal pessimismo della ragione, accompagnato da un testardo ottimismo della volontà: per dire che sarebbe giusto attendersi, nella campagna elettorale appena iniziata, che le varie forze politiche formulassero proposte in materia di riforme istituzionali da sottoporre al consenso degli elettori.

Anziché discussioni surreali (come quella sulla lunghezza delle gonne), o sterili e durissime polemiche, in cui vengono affilate le armi dei rispettivi radicalismi identitari, ci si aspetterebbe, cioè, qualche idea (legge elettorale a parte) per migliorare il funzionamento del nostro sistema politico. Speranza vana? È chiaro che una campagna elettorale che si preannuncia così “polarizzata” impedisce proposte ragionate, rendendo pressoché impossibile qualunque ipotetico accordo sulle cose da fare per il bene comune. Inoltre, è troppo recente, nel centrodestra, la ferita del referendum fallito sulla giustizia; ed è troppo forte, nel “campo largo”, la tentazione di giocare la prossima campagna sugli stessi toni di quella referendaria, in nome di una Costituzione trasformata in feticcio intoccabile (la “Alleanza per la Costituzione”, di cui parla Conte, è denominazione rivelatrice).

Eppure, gli eterni nodi irrisolti della nostra forma di governo restano tutti lì. Per elencarne solo alcuni: il bicameralismo perfetto, con due camere uguali che fanno lo stesso lavoro, raddoppiando tempi e costi; l’uso e l’abuso della decretazione d’urgenza, che espropria il Parlamento della sua funzione legislativa, rivelando non già lo strapotere, ma la debolezza, del potere esecutivo, che deve ricorrere al decreto legge perché non dispone di efficaci strumenti di controllo delle procedure legislative; un Presidente del Consiglio cui non è attribuito nemmeno il potere di dimissionare i propri ministri, e che soprattutto non possiede il cruciale potere di chiedere lo scioglimento anticipato della legislatura (un potere che appartiene a tutti i leader delle democrazie parlamentari europee, e che serve non già per correre allegramente alle elezioni, ma per ottenere stabilità e coesione alla propria maggioranza, “minacciandola” con lo spauracchio dello scioglimento).

Si dirà: è ovvio che nessuno parli più di tutto questo. Sono falliti tutti i tentativi di riforma, da quarant’anni a questa parte (chi volesse documentarsi può leggere il libro di Peppino Calderisi Storia di una riforma mai nata. Quarant’anni di vani tentativi per rinnovare le istituzioni, appena edito da Rubbettino). Sono falliti sia i tentativi condotti dalla sola maggioranza del momento, che viene solitamente sconfitta all’inevitabile referendum costituzio nale (con poche eccezioni), sia i tentativi bipartisan, vuoi per la miopia dei partiti, che a un certo punto fanno saltare il tavolo delle trattative, vuoi per l’intervento interdittivo di soggetti esterni, come accadde alla bicamerale D’Alema del 1997, decisivamente ostacolato da ambienti riconducibili alla magistratura.

E poi, quando si perde un referendum costituzionale come quello sulla giustizia, c’è poco da fare. Serietà istituzionale impone che l ‘esito negativo sia rispettato. Non è che si può far finta di nulla, magari riproponendo con la forma della legge ordinaria quel che il corpo elettorale ha rifiutato come revisione della Costituzione (in teoria, ma appunto solo in teoria, sarebbe possibile introdurre la separazione delle carriere con legge ordinaria, ma si tratterebbe di un aggiramento dell’esito referendario).

Al tempo stesso, però, chi perde un referendum non è certo nella condizione in cui si trovarono, per dire, i monarchici dopo il 2 giugno del 1946, con la nuova Costituzione che sanciva il divieto di restaurazione della monarchia, anche in forme legali. Oggi chi ha perduto un referendum, o in generale ha visto fallire un tentativo riformatore, se non intende demordere ha di fronte a sé una strada, impervia ma inevitabile. Fare proposte di riforma chiare, ripresentarle al corpo elettorale e ottenerne il consenso alle nuove elezioni.

Capisco bene che, sulla giustizia, sia difficile che qualcuno intenda riprovarci. Politicamente sembrerebbe un suicidio. Ma su tutto il resto di cui si diceva? La destra sa che la propria definitiva legittimazione passa attraverso il suo “sedersi al tavolo della Costituzione”, e in questa legislatura ci ha pure provato, non solo sulla giustizia, ma anche proponendo il premierato.

Fallita quella strada, sta ora cercando di approvare una nuova legge elettorale. Non c’è spazio per discuterne qui, ma è una soluzione insufficiente, perché la legge elettorale non può esser caricata di attese messianiche. Ed anzi, si potrebbe dire che questo quinto tentativo, in pochi anni, di cambiare le regole elettorali è di per sé sintomo di un malfunzionamento di sistema.

Ora, il pessimismo della ragione ci dice che nessuno farà niente e che gli eterni nodi irrisolti prima elencati resteranno tutti dove sono. Con una differenza, rispetto al passato. Che il mondo in cui il nostro sistema istituzionale deve sopravvivere è un mondo ben più furioso di prima, esposto a venti di crisi economiche pesanti e, addirittura, di guerre ibride e non. Sicché il rischio è che, se gli attori politici interni resteranno inerti, un qualche shock esterno ci imponga cambiamenti radicali, non necessariamente in meglio...

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