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Rassegnatevi, la Costituzione non è di sinistra

di Nicolò Zanon giovedì 1 ottobre 2026

3' di lettura

“Dalla parte della Costituzione”: questo – ci racconta Libero – è il titolo del convegno tenutosi lunedì a Milano, in cui politici e costituzionalisti di sinistra hanno messo a punto le strategie per abbattere, tramite una valanga di ricorsi alla Corte costituzionale, la legge elettorale che dovrebbe essere approvata a breve in Parlamento. Un titolo così la dice lunga su alcune tipiche e ricorrenti storture del dibattito pubblico sulle nostre istituzioni. Ma ci ammonisce anche su quel che ci aspetta nei prossimi mesi.

Cominciamo dalle storture. Primo: se (solo) “loro” sono dalla parte della Costituzione, gli “altri”, automaticamente, sono fuori dal perimetro della legalità e non hanno legittimazione a partecipare al dibattito sulle riforme. Vecchia storia, che si ripete ad ogni stagione riformatrice. La destra, in questo contesto, è da considerare fuori gioco, non può sedersi con pari legittimità al tavolo delle riforme e tutto quel che riesce a produrre è, per definizione, contro la Costituzione. Una conventio ad excludendum, insomma, che serve a riattualizzare, a ottant’anni di distanza, accordi e disaccordi dell’Assemblea costituente del 1946-47.

Secondo: una legge, tanto più quella elettorale, può piacere o non piacere. Ma, nell’intendimento dei nostri, tutto quel che non piace viene immediatamente inserito nella casella dell’incostituzionalità. Invece sono due cose diverse: ciò che non si apprezza politicamente non è affatto detto che sia contro la Costituzione. La Costituzione fornisce un quadro, dentro al quale possono stare tante cose diverse, non una sola. Sicché, l’impoverimento del dibattito che deriva da questa sovrapposizione indebita è evidente: se qualcosa non mi va, io non cerco di contestarlo politicamente, ma invoco “papà” Presidente della Repubblica e “mamma” Corte costituzionale, affinché mi levino le castagne dal fuoco. In fin dei conti l’opposizione ha fatto così: in Parlamento, nessuna proposta politica di respiro sulla legge elettorale, e ora le strategie per ricorrere alla Corte contro quella approvata dalla maggioranza. C’è in tutto questo un qualcosa di rudimentale e anche infantile.

Terzo: “La Costituzione non è di sinistra” recita il titolo di un libro di Antonio Polito, che andrebbe distribuito ai partecipanti al convegno di lunedì. La Costituzione dovrebbe essere la casa di tutti, basta leggerla tutta intera senza darne interpretazioni fuorvianti. Purtroppo, da noi non è così. E bisogna dirlo: questa insopportabile ipoteca politica sulla nostra Carta, condiviso sostanzialmente da gran parte del mondo culturale italiano, rende un pessimo servizio proprio alla stessa Costituzione, che ne perde in autorevolezza e dignità, trasformandosi in arma politica.

Queste, dunque, le storture. Ma cosa ci aspetta nei prossimi mesi? Temo sarà la riedizione, riveduta e corretta, della rissa che ha preceduto il referendum sulla giustizia del marzo scorso. Siccome la legge elettorale l’ha approvata la destra, ascolteremo le solite litanie sul tiranno alle porte, sugli equilibri costituzionali in pericolo, sulla minaccia fascista ecc. Nessuna riflessione seria sul merito delle cose, ma, appunto, solo slogan contro la volontà della destra di farsi una legge elettorale tutta per sé, per restare al potere.

Approvandola, per di più, alla fine della legislatura, quindi all’ultimo momento utile, cosa che non si dovrebbe fare tra persone per bene. Quindi, l’appello alle paure contro il rischio di derive autoritarie, che già a marzo fece breccia in non pochi moderati. Insomma: questa legge elettorale, e tutto quel che le ruota intorno (ricorsi, sentenze, appelli, stracciamento di vesti ecc.) può diventare un’arma propagandistica formidabile per l’opposizione, con gli esiti conseguenti. Anche al di là di quel che sarà l’esito del controllo della Corte costituzionale, che certo non sovvertirà la legge, ma non mancherà di intervenire su qualche suo aspetto.

Allora, una domanda alla maggioranza: valeva proprio la pena mettersi in questa situazione, approvando una legge, che, anche lasciando perdere la categoria dell’incostituzionalità, ha tante cose discutibili assai (e di cui bisognerà parlare)? Davvero l’ipotetico rischio di un “pareggio” tra le due coalizioni imponeva questo sforzo? Nobile, certo, l’idea di lasciare una legge che consegni all’Italia un vincitore, risparmiandoci i pasticci dei governi “tecnici”. Ma credo che il prevedibile clima malsano in cui tutta questa questione avrebbe finito per immergersi avrebbe consigliato maggiore prudenza.

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