Pubblichiamo ampi stralci del capitolo 11, “Ledestre e l’Europa”, del nuovo libro del governatore della Calabria Roberto Occhiuto, dal titolo Il coraggio di governare (Piemme edizioni).
Anche da noi, come in Francia, come in Germania, come in mezza Europa, è nata e cresciuta una forza di destra: il movimento fondato da Roberto Vannacci, che ha lasciato la Lega per dare vita a un proprio partito, collocato in Europa nello stesso gruppo dell’Afd tedesca. E attorno a questa forza si è aperto un dibattito che attraversa tutto il centrodestra: se allargare a essa il perimetro della coalizione, in nome dell’aritmetica elettorale. Voglio affrontare la questione apertamente, perché è troppo importante per essere aggirata, e perché ho un’opinione netta. Ma voglio cominciare da un riconoscimento sincero. Ho stima dell’intuito politico e del coraggio di Roberto Vannacci.
Ha saputo vedere e occupare uno spazio politico che esisteva. Detto questo, e detto con altrettanta sincerità: la sua destra non è la mia destra. Così come non è la mia la destra del sovranismo trumpiano, o quella dei populismi che attraversano l’Europa. Non è una questione di antipatia personale né di concorrenza: è una questione di natura politica. Apparteniamo a due famiglie diverse. E qui sta la mia convinzione di fondo: non qualsiasi destra, pur di vincere.
Vincere le elezioni è importante – la politica serve a governare, e per governare bisogna vincere – ma non è l’unico valore in gioco. C’è anche la questione di che cosa si è, di con chi si sta, di come si governerà dopo aver vinto. Una destra di governo che, pur di aggiungere qualche punto percentuale, si alleasse con la destra estrema, tradirebbe sé stessa prima ancora di vincere. E rischierebbe, paradossalmente, di non vincere affatto.
Provo a spiegare perché, con argomenti che mi stanno particolarmente a cuore. Il primo è il più importante, e riguarda la natura stessa del centrodestra italiano. Il centrodestra, in Italia, ha governato a lungo e con stabilità: i due governi più longevi della storia repubblicana sono stati quello di Silvio Berlusconi e quello di Giorgia Meloni. Non è un caso, ed è il contrario di ciò che è successo a sinistra. Il centrodestra ha potuto governare con stabilità perché è sempre stato un’alleanza tra forze compatibili tra loro, forze che, pur diverse, non hanno mai faticato troppo a trovare una sintesi sui programmi e su una comune visione di futuro. È esattamente l’opposto di ciò che ha vissuto il centrosinistra, dall’Ulivo al campo largo: coalizioni eterogenee, tenute insieme dall’avversario comune più che da un progetto condiviso, e per questo fragili, litigiose, spesso ingovernabili. Allargare la coalizione a una forza della destra estrema spezzerebbe questa compatibilità.
Provocherebbe quella che chiamo una mutazione genetica del centrodestra: ne annullerebbe, per incompatibilità, la componente liberale; allontanerebbe quei riformisti che oggi non si riconoscono più nella sinistra di Elly Schlein, del Movimento 5 Stelle e dell’alleanza tra Verdi e Sinistra, ma che mai si riconoscerebbero in una coalizione spostata all’estrema destra. E quella componente liberale ha un nome: è Forza Italia, il partito di cui faccio parte. Forza Italia nasce popolare, liberale, europea, è la casa di una tradizione che con il sovranismo di Futuro Nazionale non ha nulla da spartire. Una parte consistente di chi vota Forza Italia lo fa proprio perché è il partito moderato del centrodestra, quello che non insegue gli estremismi: e quegli elettori, di fronte a una coalizione spostata sull’estrema destra, non capirebbero, e non seguirebbero.
In altre parole: si guadagnerebbero alcuni voti a destra e se ne perderebbero altrettanti, odi più, al centro. Non è soltanto un errore di identità. Rischia di essere un errore aritmetico. C’è anche un secondo calcolo, più sottile, che chi propone l’alleanza tende a non fare. Una forza come quella di Vannacci, fuori dalla coalizione, otterrebbe certamente un risultato significativo: ma quel risultato peserebbe sul totale del centrodestra in un modo; dentro la coalizione, ne peserebbe un altro. Perché dentro la coalizione quella forza prenderebbe, prevedibilmente, molti più voti – forse il doppio – ma li prenderebbe in gran parte sottraendoli agli alleati: alla Lega e a Fdi. Sarebbe, in larga misura, un travaso interno a saldo quasi zero: del resto una cosa è l’aritmetica, altra cosa è la politica. Il centrodestra nel suo complesso non crescerebbe granché, mentre cambierebbe il proprio baricentro, spostandolo verso l’estremo. Si pagherebbe cioè un prezzo politico – la mutazione di cui parlavo – senza nemmeno incassare il dividendo elettorale che si immagina. Si comprerebbe una identità diversa, non un risultato migliore.