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Ecco i piromani che tifano caos: le parole di Concita De Gregorio su Repubblica

di Giovanni Sallusti martedì 6 ottobre 2026

3' di lettura

Se manca l’alternativa per testimonianza anzitutto di chi dovrebbe imbastirla, se oggettivamente non c’è la politica, si può ripiegare su una soluzione sempre pronta all’uso: il fiammifero. Si può incendiare il clima, importare istanze e storie da altri Paesi in un calderone tra il confuso e lo strumentale, giocare allo sfascio reale contro il fascismo immaginario. E allora se il compagno Pedro Sanchez deve dimettersi non è perché la sua politica sulla casa ha indisposto la parte di maggioranza ancora affezionata al concetto di proprietà privata, ma perché «l’emergenza abitativa è diventata una bomba sociale» e arriverà anche dalle nostre parti: «l’Italia non è lontana».

Parole e musica di Marco Grimaldi, vicecapogruppo di Avs alla Camera. È chiaramente un auspicio, rincarato dalla collega di partito più famosa e più ferrata sul tema casa (altrui), Ilaria Salis: «La questione abitativa è destinata a essere uno dei terreni centrali dello scontro politico in Spagna. E lo stesso vale per l’Italia». Non importa se l’analogia è sghemba, se il governo ha varato un Piano Casa che sblocca la riqualificazione di 60mila alloggi popolari e coinvolge gli investimenti privati in un programma di edilizia convenzionata. La realtà non deve mai turbare il piromane politico, deve polverizzarsi tra le fiamme del dibattito arroventato su un unico epicentro: pago l’affitto, governo ladro.

Stiamo sul canovaccio-Salis, sempre utile per misurare la temperatura (rovente) a gauche. Pochi giorni fa l’euro-onorevole si spendeva in un elogio lirico della «protesta» (leggi violenza urbana diffusa) degli «studenti francesi», versando benzina narrativa sul fuoco: «Anche in Italia ci sarebbero tutte le ragioni per una mobilitazione di questa portata». Ovvero, una «mobilitazione» in cui la benzina diventa quella fisica cosparsa addosso ai presidi, si incendiano istituti (qui sempre non metaforicamente) e si dà la caccia a poliziotti e dirigenti scolastici. Una parodia nichilista del Maggio 1968 che eccita ogni “figlio di papà” campo-larghista, come da immortale definizione pasoliniana. Anche la Cgil tiene a dichiarare che «le ragioni profonde della protesta rimangono sacrosante», e scomodano quelle «politiche neo-liberiste che abbiamo visto anche in Italia». Non si capisce quali, si capisce eccome il messaggio antagonista ai compagni studenti.

Nella grande corsa ad appiccare il fuoco della «rivolta sociale» (copyright Landini) ormai sfumano i confini tra la sinistra istituzionale e il caos gruppettaro. Lo si è visto giorni fa al presidio contro il Ddl antisemitismo, dove l’Anpi, i Giovani Democratici e alcuni parlamentari Cinque Stelle si sono trovati fianco a fianco con galantuomini che sventolavano le bandiere di note organizzazioni benefiche quali Hamas e Hezbollah. Senz’altro non condividevano, ma quando appicchi il fuoco raramente lo controlli. Anche per questo, bisognerebbe maneggiare con cura la nostalgia sessantottarda, quella che ha preso ad esempio Concita De Gregorio ieri su Repubblica: «Da Parigi a Berlino a Madrid - sia la scuola, la casa, la salute - i cittadini tornano in piazza. Noi no». Se «tornare in piazza» è la devastazione delinquenziale delle scuole e l’invocazione di una politica edilizia basata sull’esproprio (quindi teoricamente comunista), come da cronaca di Parigi e Madrid, non è contestazione. È incendio, e si propaga velocemente.

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