Nel congresso della Lega che si è chiuso domenica con la rielezione di Matteo Salvini, una delle figure chiave della trasformazione della Lega in partito nazionale è stata quella di Claudio Durigon.
Senatore che congresso è stato? «Molto positivo. C’è stato un sano dibattito dal quale è uscito cosa e come deve fare la Lega. Per spiegarmi partirei dal titolo del congresso: Lega di lotta e di governo. Ecco è uno slogan che ci deve imporre una riflessione, perché forse stando al governo ci siamo un po’ seduti. Ora dobbiamo tornare in mezzo alla gente ad ascoltarne le istanze».
Alla vigilia c’era timore, per le tensioni che hanno attraversato il partito. Tutto risolto?
«Abbiamo fatto chiarezza sul chiacchiericcio estivo che per noi è stato doloroso. Così come è stato difficile spiegare ai nostri militanti quello che stava succedendo».
Uno dei temi che è emerso è stata la voglia del Sud di essere protagonista, rispetto a una Lega a trazione nordista. È così?
«Io sono entrato in Lega grazie a Giancarlo Giorgetti, proprio per aiutare nella creazione del partito nazionale. All’epoca l’identità del Nord era molto forte. Al congresso sono state presentate due mozioni: una sulla questione settentrionale e una su quella meridionale. Il fatto che siano state votate all’unanimità, dà il senso del percorso che è stato fatto fin qui. Non si tratta di essere più o meno rappresentati, ma di far entrare la discussione sul Sud nell’agenda comune del movimento. Ci siamo riusciti».
Il nuovo simbolo della Lega ha la scritta “Italia Federale”. Il Sud è pronto a fare questa battaglia?
«Non solo è pronto, ma l’unico modo per arrivare a una piena Autonomia differenziata è quello di avere una spinta unanime del Paese. E il nuovo simbolo è la sintesi di tutto questo ragionamento».
Il suo capogruppo, Massimiliano Romeo, è stato al centro di numerosi attacchi. Chi più chi meno ne ha chiesto la destituzione. Qual è il suo pensiero sulla vicenda?
«Direi che molti, anche di quelli che hanno votato Garavaglia, hanno detto a Max che ha sbagliato metodo. Scrivere un libro e andare sui giornali è stato un errore. Spero che capisca che nella Lega, che lui conosce benissimo, ci devono essere delle regole che vanno rispettate. Ora io dico, basta risentimenti. Sediamoci allo stesso tavolo e lavoriamo insieme per il bene della Lega».
Matteo Salvini ieri ha detto che sta lavorando sulla segreteria politica. Secondo lei ci sarà spazio per Massimo Garavaglia? Sarebbe un bel segnale di pacificazione.
«Io stimo molto Massimo. Pensi che abbiamo anche scritto un libro insieme su “quota cento”. Del suo discorso non ho condiviso tutto, ma la cosa che ho apprezzato è stato il tono propositivo col quale l’ha pronunciato. Si capiva che il suo attaccamento alla Lega è reale. Conosco bene Salvini e credo che ne terrà conto...».
E per il resto della segreteria politica?
«Matteo ha chiaramente detto di voler dare un ruolo a Luca Zaia. Penso potrà averne uno anche Molinari, chi altri si vedrà; anche Giorgetti si è detto disponibile ma, ha ironizzato, solo come portiere. Poi spazio ai territori».
Ieri Simonetta Matone ha lasciato la Lega. Se l’aspettava?
«La sua scelta mi ha rabbuiato. L’ho portata io in Lega nel 2021 e sinceramente sentirle dire che oggi siamo più populisti di allora mi lascia perplesso. Non mi è piaciuto né come è uscita né quando ha scelto di uscire, sembra un palese tentativo di danneggiare il buon lavoro del congresso. Ma il mio rispetto nei suoi confronti non cambia».
È tempo di legge di bilancio. Ci spiega la battaglia su quota 64?
«Non è solo una questione di equità sociale, ma se vogliamo trattenere qui i nostri giovani, dobbiamo creare un circolo virtuoso che permetta a chi ha 64 anni di andare in pensione (se si vuole) e permettere ai giovani di entrare nel mondo del lavoro. Una necessità resa più impellente dall’esplosione dell’Ia».