Ora che la manovra è stata varata dal governo ed entro fine anno sarà approvata dalle Camere, cosa resta da fare a Giorgia Meloni e al centrodestra? In parlamento ci sono quattro disegni di legge sulla sicurezza (in materia di immigrazione e riordino delle forze dell’ordine) e poco più. È il motivo per cui il ritorno ai seggi potrebbe essere molto più rapido di quanto previsto sinora. Luca Ciriani, ministro per i Rapporti con il parlamento ed esponente di Fdi, ieri ha detto che se il voto - Sergio Mattarella permettendo «fosse a maggio-giugno, non sarebbe nulla di tragico. La coalizione di centrodestra è pronta ad affrontare la sfida in qualsiasi momento». Anche prima di maggio, secondo fonti del partito della premier. Tanto che Meloni potrebbe chiedere agli alleati di salire con lei da Mattarella nelle prime settimane del 2027, forse già a gennaio, per dirgli che il governo considera conclusa la propria missione e che nessuno di loro intende sostenere un altro esecutivo.
Una simile accelerazione anticiperebbe il verdetto della Corte costituzionale sulla legge elettorale, che il centrodestra ritiene insidioso in particolare per quanto riguarda il «premio di governabilità» a Palazzo Madama. Se questo fosse cancellato dalla Consulta, i sondaggi dicono che nessuno schieramento potrebbe ottenere la maggioranza: la creazione di un governo politico sarebbe impossibile. E non è un mistero che la premier preferisca perdere le elezioni piuttosto che pareggiarle.
IL RISCHIO DELLA PALUDE
I comitati che hanno presentato i ricorsi contro la legge elettorale sostengono che la nuova norma è incostituzionale, perché introduce anche a Palazzo Madama «un premio di governabilità determinato su base nazionale», mentre l’articolo 57 della Costituzione stabilisce che il Senato «è eletto a base regionale». Per Giuliano Amato, ex presidente della Consulta, certo non sospettabile di simpatie per Meloni, questa obiezione è un «nonsense». Le sentenze della stessa Corte dicono che il premio è legittimo purché sia proporzionato e non produca maggioranze diverse tra Camera e Senato: due aspetti su cui la legge appare difficile da contestare. Nella coalizione di governo, però, c’è chi ritiene che il rischio sia reale. La Corte costituzionale deciderà sotto una nuova guida. Francesco Viganò, nominato da Mattarella nel 2018, ieri è stato eletto presidente dalla Consulta con il voto unanime dei suoi colleghi.
Entrerà in carica il 14 novembre e resterà lì sino all’8 marzo, quando è previsto che lasci la presidenza a Luca Antonini, eletto dal parlamento su indicazione della Lega. Giovanni Amoroso, il presidente uscente, ha già fatto sapere che la Corte è pronta a dimezzare i tempi dei propri lavori affinché il verdetto arrivi prima delle elezioni. Sarebbe con ogni probabilità una sentenza autoapplicativa, che riscriverebbe la legge in modo che si possa andare ai seggi anche il giorno dopo. Molto difficilmente, però, arriverebbe in tempo se le Camere fossero sciolte nelle prime settimane del nuovo anno. Nel dubbio, i promotori dei ricorsi hanno già iniziato a tirare per la grisaglia il capo dello Stato. Per l’avvocato Mauro Sentimenti, una volta che la questione arriverà sul tavolo della Corte «il presidente della repubblica avrà molti buoni motivi per decidere di non sciogliere le Camere, anche se il governo volesse farlo». Roberto Zaccaria dice che la sua «speranza» è che il capo dello Stato abbia promulgato la legge elettorale «con grande rapidità» proprio «per agevolare i ricorsi».
LE TRE ALTERNATIVE
La prassi costituzionale, però, dice che, quando i partiti della maggioranza non vogliono sostenere un altro governo, il presidente della repubblica non ha molte alternative. Preso atto della situazione, Mattarella potrebbe sciogliere subito le Camere, oppure rimandare il governo in parlamento, e in quel caso i partiti del centrodestra dovrebbero non votare la fiducia, come fece la Dc col governo Fanfani nel 1987, per provocare la fine della legislatura. Nell’ipotesi estrema, il capo dello Stato potrebbe far presentare alle Camere un “governo elettorale”: vista la posizione del centrodestra, questo non avrebbe la maggioranza e le Camere dovrebbero comunque essere sciolte. Rimarrebbe la questione del 70° anniversario dei Trattati di Roma, che sarà celebrato nella capitale a marzo. Motivo per cui c’era (e c’è) la possibilità che il governo si dimetta dopo quell’evento, in modo da avere elezioni a maggio o giugno. Ma non è un argomento decisivo. Meloni si presenterebbe all’appuntamento da premier dimissionario, con meno poteri degli altri leader europei. Un prezzo che potrebbe valer la pena di pagare, per chiamare gli italiani alle urne il prima possibile, con una legge che avrebbe buone probabilità di decretare un vincitore certo.