Il Rover Curiosity della Nasa ha da poco scoperto sulla superficie di Marte alcune tracce di antiche molecole organiche, tra cui sostanze chimiche considerate necessarie per l’origine della vita, perlomeno sulla Terra. Riguardo ai benedetti omini verdi (o Grigi, perché secondo gli ufologi sono di quel colore, ma ci sarebbero anche i Rettiliani, i Nordici etc...) ancora niente, ma evidentemente poco importa, il Cosmo anche senza extraterrestri ci interessa eccome, è il teatro magnifico ed estremo della nuova Corsa allo Spazio che in apparenza ha poco a che vedere con la Guerra Fredda in bianco e nero di sessant’anni fa, anche se sempre di supremazia si tratta. Questa volta non sono due superpotenze a sfidarsi, il Sistema Solare non è la posta in palio fra Usa e Urss. Almeno, non solo.
All’Ok Corral della stratosfera si fronteggiano Elon Musk e Jeff Bezos. Due soggetti che sembrano usciti da un romanzo di Verne, ma con il portafoglio di Creso e l’ego degli dei dell’Olimpo. Da una parte con SpaceX c’è Musk, lo scapigliato nerd che mastica sogni marziani a colazione. Il suo obiettivo non è solo la Luna, il satellite è l’autogrill dove fare carburante. Lui vuole il Pianeta Rosso. Vuole che il genere umano diventi una specie multi-planetaria, non per arroganza, ma per sopravvivenza, perché a suo dire quaggiù siamo già in via d’estinzione. «È la polizza sulla vita dell’umanità. Ci arriveremo entro il 2031», ha dichiarato. Dall’altra parte c’è Bezos con Blue Origin, che sta testando con sempre maggior precisione i razzi riutilizzabili proprio sulla scia del contendente. Due domeniche fa l’ultimo lancio: il booster è rientrato sulla nave in mezzo all’oceano, il satellite trasportato è andato perso ma questi fallimenti sono la via per il successo. È così che ragionano da quelle parti. Il metodico architetto di Amazon ha ora in testa la costruzione di un impero che punta alla colonizzazione orbitale. Gradatim Ferociter, recita il suo motto: un passo alla volta, con ferocia. Pare già di vederli i suoi droni consegnare pacchi nelle “colonie O’Neill”, enormi habitat cilindrici rotanti in orbita che potrebbero ospitare milioni di persone con gravità artificiale, clima controllato e natura (ricordate la Cooper Station nel finale di “Interstellar”?).
DUPLICE VISIONE
La visione è una e duplice: se l’uno vuole lo spazio per salvarsi dalla Terra, l’altro lo vuole per salvare la Terra. Mentre Musk si rifà al Ciclo della Fondazione di Isaac Asimov e al destino di essere guidati verso il cosmo da IA super-intelligenti come premonizzato da Iain M. Banks, Bezos vuole salvare il “Blue.dot” trasformandolo in un immenso parco naturale, spostando l’industria pesante nello spazio dove l’energia della nostra stella è illimitata e perenne (per i nostri standard), e permettere così alla Terra di rifiorire diventando un “ecosistema leggero”. Sullo sfondo c’è Marte, il supposto salvagente spaziale; la Luna sarebbe la tappa intermedia di questo viaggio da mal di testa e farfalle nello stomaco, ma dietro al sipario stellato di questa disfida di “cervelli diversamente pensanti” non ci sono soltanto egocentrismo e filantropia di dimensioni galattiche. C’è l’economia, bellezza. Lo spazio è il nuovo Klondike, la terra dell’oro, la space economy vale migliaia di miliardi perché va bene intestarsi la salvezza dell’umanità ma nel frattempo, finché siamo quaggiù, abbiamo affari a cui pensare: ecco quindi i piani per l’estrazione mineraria sugli asteroidi dei metalli pregiati come oro e platino (che nello spazio abbondano per le leggi della fisica), ecco il turismo spaziale per miliardari, ecco una messe di dati e il relativo controllo. Chi va fra le stelle e possiede le costellazioni di satelliti che avvolgono la Terra possiede presente e futuro. Messi insieme, sembrano i primi mattoni per la costruzione di un nuovo mondo, di un nuovo culto: fra 250 anni (non una cifra a caso, è il tempo più o meno trascorso dalla Rivoluzione Industriale che ha cambiato l’umanità) Elon e Jeff potrebbero essere venerati come profeti, semi-dei della civiltà spaziale che verrà. La missione Artemis II ha riportato astronauti in orbita lunare dopo 53 anni usando il razzo Sls e la capsula Orion della Nasa senza coinvolgere direttamente i sistemi di atterraggio di Bezos o Musk, ma le successive Artemis III (2027, orbita lunare) e Artemis IV (2028, con allunaggio) dipenderanno dai lander commerciali (SpaceX Starship o Blue Origin), rendendo perciò i sogni di questi miliardari per nulla annoiati essenziali per il ritorno umano sulla Terra. E poi c’è il fattore geopolitico, con un osservatore interessato e attivissimo che fra i due litiganti fa finta di non esserci: è la Cina, e sta correndo. Pechino non gioca a scacchi, né a ping pong: occupa spazi, costruisce basi lunari, progetta l’egemonia rossa tra i crateri; Zhang Lu, decano dei taikonauti, ha appena completato la sua settima attività extraveicolare fuori dalla Stazione Spaziale cinese e i piani per sbarcare sulla Luna nel 2030 proseguono, fra mistero ed oculata propaganda. Musk e Bezos, volenti o nolenti, sono perciò anche i “campioni” di un Occidente che ha capito che se non arriviamo noi per primi sulla Luna - e per restarci - qualcun altro scriverà le leggi dello spazio in mandarino. Nel XV secolo l’ammiraglio cinese Zheng He dominava i mari e stava per scoprire il continente americano (secondo alcuni l’avrebbe realmente fatto 70 anni prima di Colombo), la sua fama però era talmente grande che l’imperatore geloso cancellò tutto il programma navale di Pechino. Oggi non ci sarebbe l’ordine di tornare indietro...
NON È UNO SPRECO
E a quanti contestano l’utilità delle risorse sterminate impiegate per andare fra le stelle quando invece sarebbe meglio usare quei soldi quaggiù, ebbene, proprio molte cose quaggiù sono state sistemate grazie ai progressi immensi fatti dall’astronautica e da ciò che le gira intorno. L’elaborazione digitale delle immagini che oggi usiamo per Tac e risonanze magnetiche fu sviluppata originariamente per “pulire” le foto della Luna durante le missioni Apollo; materassi e cuscini memory derivano dalle protezioni per gli astronauti ideate negli Anni 60 dalla Nasa; gli occhiali da vista di uso comune sono lo sviluppo delle visiere dei caschi spaziali; senza i satelliti non esisterebbero Google Maps, la logistica dei trasporti si fermerebbe e le transazioni bancarie pure; i filtri per l’acqua che abbiamo in cucina e vengono usati in aree a rischio sulla Terra furono inventati per potabilizzare l’acqua per gli astronauti; ogni volta che facciamo un selfie usiamo un sensore “Active Pixel” inventato al Jpl della Nasa per miniaturizzare le fotocamere sulle sonde spaziali senza perdere qualità. E potremmo proseguire... forse è davvero l’ora di andare verso Marte.