Marc Andreessen è uno dei protagonisti di quella generazione di tecno-industriali che sta rivoluzionando non solo la Silicon Valley, ma la politica, la società e la cultura americana. Essi, come abbiamo appreso dagli ormai tanti articoli usciti su Peter Thiel e Elon Musk, non sono solo imprenditori, scienziati, venture capitalist, ma anche ideologi del nuovo mondo che le loro realizzazioni, a cominciare dalla cosiddetta “intelligenza artificiale”, stanno per realizzare e che con le loro idee vorrebbero indirizzare. Da qui il loro impegno politico al fianco di Donald Trump. E da qui anche l’enorme quantità di scritti, conferenze, lezioni universitarie, che li vede impegnati per promuovere la loro visione del mondo. Andresssen in particolare, con il suo Manifesto del Tecno-Ottimismo del 2023, si è posto all’avanguardia del dibattito attualmente in corso in America e che in Europa arriva mediato e frainteso dalle potenti centrali del pensiero progressista che tendono a liquidarlo con frasi sprezzanti e anatemi pregiudiziali.
LA “TECNO-DESTRA”
Andreessen, come gli altri, sarebbe un esponente di una “tecno-destra” rozza, volgare, fascista, pericolosa, che, se non frenata, porterà il mondo ad autodistrugggersi. Questo pregiudizio liquidatorio lo si legge fra le righe anche di un commento apparso sul Financial Times a firma di una nota columnist del giornale: Jemina Kelly. L’occasione è data dalle affermazioni fatte da Andreessen al Founders Podcast di David Senra. Dopo avere detto di possedere un livello di introspezione pari a zero e di essere tutto proiettato sull’azione, sul fare, l’imprenditore ha sottolineato i guai che l’introspezione può generare: «Ho scoperto che le persone che rimuginano sul passato rimangono bloccate sul passato». In questo modo bloccano sé stessi e fermano il progresso storico che, per realizzarsi, ha bisogno di uomini attivi, intraprendenti, tutti protesi al fare e al trasformare. «I grandi uomini della storia» ha sottolineato, «non se ne stavano seduti» a riflettere o a pensare troppo sul da farsi: si buttavano a capofitto nell’azione, erravano, cadevano, si rialzavano, ma così facevano andare avanti la storia.
Queste affermazioni, indubbiamente forti, confermate da un post su X («l’introspezione provoca disturbi emotivi»), a cui Musk ha dato il suo assenso, hanno causato la reazione del popolo del web, facendo storcere il naso a quegli intellettuali che, senza approfondire o comprendere il senso delle parole di Andreessen, si sono sentiti confermati nei loro pregiudizi. Probabilmente era quel che Andreessen voleva, per dimostrare la vacuità loro e del mondo progressista a cui appartengono. La sua era una provocazione, ma anche forse un invito a riflettere sul nesso pensiero-azione. Può sembrare un paradosso, ma la critica alla troppa introspezione è quasi un topos del grande pensiero del Novecento, che ha messo in scacco le pretese metafisiche di una ragione chiusa in sé stessa e che giudica il mondo reale imperfetto e corruttore. Da questa convinzione scaturisce una “paralisi della volontà”, oppure l’idea altrettanto malsana di imporre al mondo un modello di bene e perfezione dall’alto. Il pensiero più accorto ha invece invertito la gerarchia delle forme dell’attività umana, ripristinando i diritti della Vita activa (Hannah Arendt); oppure ha individuato nell’azione il luogo della libertà. Certo, i suoi risultati sono imprevedibili e possono anche essere pericolosi. Ma, parafrasando Hölderlin, e forse non andando troppo lontano da quel che pensa Andreessen, è «solo là dove cresce il pericolo che cresce anche ciò che salva».