Questa volta ce l’hanno messa tutta. Non è più colpa del patriarcato islamico, ora a sposare le bambine di 12 anni, a metterle incinte e a picchiarle sarebbe il meteo. È la tesi del rapporto di Plan International, “State of the World’s Girls 2026: Change Her Forecast”, rilanciata da tutta la stampa benedetta dall’Onu. Secondo lo studio, siccità, alluvioni e ondate di calore «accelerano direttamente» i matrimoni infantili, le gravidanze adolescenziali indesiderate, lo sfruttamento sessuale e la violenza di genere. Stupiti? E dire che quella organizzazione la pratica dovrebbe conoscerla bene. Plan International non è una Ong qualsiasi, ha status consultivo presso il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite, vanta partnership strutturali con Unicef, Unfpa e Un Women. Ma soprattutto opera massicciamente in Paese di provata fede musulmana come Bangladesh, Pakistan, Niger, Mali ed Egitto, Paesi dove il matrimonio precoce non è un’anomalia climatica, ma una norma sociale, tribale e religiosa codificata.
Da tre anni Plan International ha anche fatto di Gaza uno dei suoi dossier centrali, con comunicati continui e progetti con partner locali. E anche qui il matrimonio con le bambine è largamente autorizzato, lo stupro è un mezzo comune per forzare le nozze, mentre la verginità e l’onore familiare valgono più della scuola.
Ma per l’Ong tutto questo non conta. Il trucco è vecchio e furbo: prendi un orrore reale - 12 milioni di spose bambine l’anno, quasi tutte nei Paesi islamici - e lo ricicli come argomento per una causa facile e condivisa, il “climate change”. Così non devi fare i conti con una realtà scomoda, devi solo dire: è colpa del caldo. E in aggiunta puoi anche battere cassa, e sostenere, come si sottolinea orgogliosamente nel rapporto, che servono più fondi per il clima, più “finanza climatica” destinata alla salute sessuale e riproduttiva, più contraccettivi nei kit di emergenza. Tradotto: più soldi ai circuiti Onu-Ong che vivono di questa narrazione.
Nessuno nega che un’alluvione possa peggiorare la povertà e rendere una famiglia più vulnerabile, ma confondere un fattore aggravante con la causa è disonestà intellettuale. La povertà c’era anche prima del climate change, così come la norma sociale che considera una figlia un peso da maritare la legge islamica che lo permette. Il clima non crea lo stupratore nel campo profughi, non scrive la sentenza del giudice sciaraitico, non decide che una dodicenne è “in età da marito”.
È la perfetta applicazione della teoria del colonialismo climatico: per non dover criticare l’Islam in cui il matrimonio infantile è strutturale, si accusa il clima e quindi i Paesi ricchi che lo hanno mutato. Così si salvano tutti: l’Onu non litiga con gli Stati membri islamici, l’Ong non perde i finanziamenti in quei Paesi, e l’attivista occidentale può continuare ad autoflagellarsi e a dire che il vero nemico è la nostra auto a benzina.