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Instinct, l'IA che ti fa da assistente personale

lunedì 12 ottobre 2026

3' di lettura

Si chiama Instinct e di lavoro fa l’assistente personale. Prenota viaggi, acquista cibo e biglietti, sottoscrive e annulla abbonamenti, invia e-mail. Insomma, fa tutto quello che ci si aspetta da un assistente personale. Instinct, però, non è una persona: è un’intelligenza artificiale che, come si legge sul suo sito, "capisce a cosa stai lavorando e cosa è importante per te". Al momento è accessibile solo su invito. E il suo punto di forza è l’assenza di un’interfaccia. Sì, perché, proprio come si farebbe con un amico a cui chiedere un favore, per contattare Instinct basta inviare un SMS o un messaggio su WhatsApp. In alternativa, la si può chiamare direttamente. E, a differenza dei tradizionali assistenti basati sull’intelligenza artificiale, Instinct non si limita a suggerire cosa fare. Lo fa.

È stata sviluppata da Spear Street Technology, una startup di San Francisco guidata da Noah Shinn, ventitreenne ed ex ricercatore scientifico presso Sierra. "Sono Noah, il fondatore di Instinct, un assistente personale che stiamo sviluppando da alcuni mesi", ha scritto il 26 agosto 2026. "Instinct è un punto di riferimento unico per fare praticamente tutto. È quasi come avere accesso a un operatore sovrumano", ha aggiunto. Il suo funzionamento può apparire semplice, ma dietro le quinte si nasconde un meccanismo estremamente complesso. Instinct si connette alle applicazioni e ai dispositivi dell’utente: e-mail, messaggistica, schermo, audio, posizione e molto altro. Il suo modello è stato addestrato per utilizzare un telefono e un computer come farebbe una persona, il che gli consente di interagire anche con servizi che non dispongono di API (Application Programming Interface). Agli utenti piace perché porta a termine attività concrete, anziché limitarsi a spiegare come svolgerle.

Il 26 agosto 2026, la società ha comunicato al Wall Street Journal di aver raccolto 250 milioni di dollari in un round di Serie B, co-guidato da Index Ventures e Benchmark, che ha portato la valutazione dell’azienda a 2,5 miliardi di dollari e il finanziamento complessivo a 350 milioni. Appena un mese dopo, il 28 settembre, Instinct ha annunciato un round di Serie C da un miliardo di dollari, con una valutazione di 10 miliardi. Tra gli investitori figurano Sequoia Capital, Benchmark Capital e Coatue. "Questo finanziamento ci aiuta a portare Instinct a più persone e a continuare a costruire il futuro dell’intelligenza artificiale personale", ha dichiarato Shinn nel comunicato.

Nella sua versione beta privata, il servizio è gratuito e, al momento, non sono stati annunciati eventuali piani a pagamento. Non sono stati resi noti neppure i ricavi, che rimangono un mistero. Le poche cifre disponibili arrivano dallo stesso Shinn: oltre la metà delle transazioni effettuate attraverso la piattaforma riguarderebbe i viaggi, il volume delle transazioni sarebbe prossimo a un miliardo di dollari su base annua e la crescita raggiungerebbe il 10% al giorno. Mancano, tuttavia, chiarimenti su come venga calcolato il volume annualizzato e l’azienda non ha ancora reso noto il numero dei suoi utenti.

Insomma, come spesso accade quando si parla di intelligenza artificiale, le ombre non mancano. A cominciare dalla privacy, un tema che ha già spinto Instinct a rivedere i propri Termini di servizio. Un utente ha raccontanto di aver icevuto un riepilogo delle sue e-mail qualche ora dopo aver scollegato l’assistente dal proprio account Google. Il bot ha confermato che i messaggi erano stati memorizzati in chiaro per consentire ricerche successive. Nei Termini di servizio è infatti specificato che, anche dopo aver scollegato un servizio, l’azienda può continuare a utilizzare i dati già indicizzati.  Instinct per fare da assistente personale ha bisogno di sapere tutto sulla vita dell'utente. Ogni singolo aspetto della quotidianità. E quei dati, se non viene seguita la procedura prevista per richiederne la cancellazione, possono rimanere nella disponibilità della società ed essere utilizzati anche per addestrare i suoi modelli.

Un altro interrogativo riguarda la responsabilità delle azioni compiute da Instinct. Secondo la società, ricade sull’utente: utilizzando il servizio, quest’ultimo nomina l’assistente proprio agente, autorizzandolo a concludere accordi, assumere impegni ed effettuare transazioni che possono vincolarlo come se li avesse compiuti personalmente. Una donna ha raccontato che Instinct ha inviato un’e-mail a suo nome senza chiederle conferma, inducendola poi a disattivare l’accesso dell’assistente alla propria posta elettronica. Ma se un’intelligenza artificiale agisce in autonomia, senza chiedere conferma, fino a che punto la responsabilità può ricadere sull’utente? E quali obblighi spettano invece all’azienda che sviluppa e mette a disposizione il servizio?

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