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Calamari, cosa finisce davvero in tavola: la scoperta inquietante

I calamari e i totani che arrivano sui banconi dei nostri mercati del pesce - e quindi sulle nostre tavole - provengono nella maggior parte dei casi da acque internazionali dove la pesca non è regolamentata. Questo significa, da una parte, che è molto difficile per i consumatori sapere dove sono stati pescati i calamari che stanno mangiando e dall'altra che si mette a rischio l'ecosistema marino.

 

 

Gli scienziati, secondo quanto riporta il sito ilfattoalimentare.it, hanno rilevato che la pesca di calamari e totani è aumentata del 68 per cento tra il 2017 e il 2020, passando così da 149mila a 250mila giorni di pesca dedicati ogni anno. Non solo. Si è osservato che chi pesca calamari e totani, nell’86% dei casi lo fa in acque prive di regolamentazioni e non esistono quantitativi ufficiali di pescato prelevabile visto che i pescherecci non sono soggetti alle limitazioni che invece caratterizzano le acque più controllate. 

Insomma, la pesca di calamari e totani è una giungla: ognuno fa quello che vuole, dove vuole, e senza rendere conto a nessuno. In questo modo è sempre più difficile capire che cosa abbiano pescato e dove.

 

 

Quindi gli scienziati hanno lanciato un appello affinché i vari Paesi interessati siglino dei trattati internazionali per il monitoraggio e per le necessarie limitazioni della pesca di calamari e totani al fine di evitare che queste specie possano estinguersi.