Caffè e tè non sono solo rituali quotidiani o semplici pause durante la giornata: potrebbero avere un ruolo importante anche nella protezione del cervello. Secondo un recente studio, infatti, il consumo moderato di queste bevande è associato a un rischio più basso di sviluppare demenza. La ricerca suggerisce che bere tra le due e le tre tazze di caffè al giorno, in particolare caffè filtrato o “all’americana”, può ridurre il rischio di demenza fino al 18%. Un dato significativo che rafforza l’idea, già emersa in studi precedenti, di un legame tra alcune abitudini alimentari e la salute cognitiva.
Il possibile effetto protettivo sarebbe legato alla presenza di caffeina e di altre sostanze bioattive, come gli antiossidanti, che aiutano a contrastare lo stress ossidativo e l’infiammazione — due fattori coinvolti nel declino cognitivo. La caffeina, inoltre, potrebbe contribuire a mantenere attive alcune funzioni cerebrali nel tempo. Non tutti i tipi di caffè, però, sembrano avere lo stesso impatto. Lo studio evidenzia infatti che il caffè decaffeinato non offre gli stessi benefici, suggerendo che proprio la caffeina giochi un ruolo chiave nel meccanismo di protezione.
Anche il tè si conferma una bevanda alleata del cervello. Sebbene i risultati varino a seconda del tipo (verde o nero) e delle quantità consumate, il consumo regolare è associato a effetti positivi sulla memoria e sulle funzioni cognitive. In questo caso, oltre alla caffeina, entrano in gioco i polifenoli, composti naturali con proprietà neuroprotettive. Gli esperti, tuttavia, invitano alla cautela: si tratta di associazioni statistiche e non di prove definitive di causalità. Bere caffè o tè, da solo, non basta a prevenire la demenza. Lo stile di vita nel suo complesso, alimentazione equilibrata, attività fisica, sonno adeguato e stimolazione mentale, resta il fattore determinante. Inoltre, è importante non eccedere. Un consumo moderato può essere benefico, ma quantità eccessive di caffeina possono avere effetti negativi, come insonnia, ansia o problemi cardiovascolari in soggetti sensibili.