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Tumore del seno: pembrolizumablo ‘scioglie’ prima dell’intervento

Dall’Esmo di Barcellona giungono conferme che per la prima volta dimostrato un beneficio dell’aggiunta dell’immunoterapia alla chemioterapia neoadiuvante (prima dell’intervento), nelle donne con tumore della mammella triplo negativo
di Maria Rita Montebelli lunedì 30 settembre 2019

Giuseppe Curigliano

2' di lettura

L’immunoterapia si ritaglia un posto importante anche nei tumori della mammella cosiddetti tripli negativi, quelli che non esprimono né recettori ormonali, né l’HER-2 e che, tra tutti i tumori della mammella, sono quelli più difficili da trattare e dunque a prognosi più negativa. Ma molto sta cambiando fortunatamente negli ultimi anni per queste donne, spesso giovani (il ‘triplo negativo’ colpisce in genere prima dei 50 anni), che scoprono di essere affette da questa forma di tumore. Il KEYNOTE-522, uno studio presentato al congresso europeo di oncologia (ESMO) ha dimostrato un beneficio importante dell’immunoterapia (il farmaco utilizzato è il pembrolizumab), somministrata sia prima dell’intervento chirurgico, insieme alla chemioterapia neoadiuvante (quella che viene data prima dell’operazione per far ridurre le dimensioni del tumore e controllare meglio la malattia), sia dopo (cosiddetta terapia ‘adiuvante’). “In una metà delle pazienti – spiega Giuseppe Curigliano, professore di oncologia medica all’Università di Milano e direttore Divisione sviluppo dei nuovi farmaci per terapie innovative allo IEO – la chemioterapia neoadiuvante consente di far ridurre molto o addirittura sparire il tumore prima dell’intervento chirurgico (che viene comunque effettuato perché potrebbero essere rimaste delle ‘isole’ di cellule tumorali, invisibili agli esami radiologici). L’impiego di pembrolizumab alla chemioterapia neoadiuvante consente di portare la percentuale delle donne che al momento della chirurgia non hanno più tessuto tumorale ‘visibile’, dal 51 al 68,4 per cento. Si tratta di un risultato molto importante perché quando c’è una risposta patologica completa, quasi sempre questa si traduce in un aumento della sopravvivenza che, a 10 anni, può arrivare al 95 per cento. Un beneficio molto importante, ottenuto con l’aggiunta di un immunoterapico, il pembrolizumab, che non dà maggiore tossicità”. Per quanto riguarda la sopravvivenza libera da eventi, altro obiettivo di questo studio, dopo oltre 15 mesi di osservazione, il pembrolizumab ha ridotto il rischio di progressione della malattia prima dell’intervento chirurgico o di una sua recidiva dopo l’intervento del 37 per cento, rispetto alle donne trattate con la sola chemioterapia. I risultati di questo studio, condotto su 1.200 donne, secondo gli esperti sono così di tale portata che cambieranno la pratica clinica. Su 53 mila nuove diagnosi l’anno di tumore della mammella in Italia, il 15 per cento è del tipo ‘triplo negativo’. “Fino ad oggi – conclude il professor Curigliano – per queste pazienti la chemioterapia era l’unica terapia a disposizione, perché i ‘tripli negativi’ non hanno un bersaglio specifico per la cura (non possono cioè essere trattati né con la terapia ormonale, né con gli anti-HER2)”. Il pembrolizumab è un’immunoterapia anti-PD-1 che stimola il nostro sistema immunitario a riconoscere e a combattere le cellule tumorali. La Food and Drug Administration (FDA) americana ha designato l’associazione pembrolizumab-chemioterapia ‘Breakthrough Therapy’ (cioè terapia ‘rivoluzionaria’) per il trattamento neoadiuvante delle donne con tumore della mammella triplo negativo ad alto rischio in stadio iniziale. (MARIA RITA MONTEBELLI)

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ONCOLOGIA
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