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Alzheimer: scoperto l’anticorpo che ci può ringiovanire il cervello

L’anticorpo A13, sviluppato all’European brain research institute (Ebri), ringiovanisce il cervello favorendo la nascita di nuovi neuroni e contrastando i difetti che accompagnano le fasi precoci della patologia
di Maria Rita Montebelli sabato 30 novembre 2019

2' di lettura

Un importante avanzamento nella ricerca sull’Alzheimer apre a nuove possibilità per la diagnosi e la cura di questa malattia degenerativa: ad annunciarlo sono i ricercatori dell’European brain research institute (Ebri). Uno studio ha svelato che la neurogenesi – ovvero la nascita di nuovi neuroni nel cervello adulto – si riduce già in una fase molto precoce della malattia di Alzheimer, a causa degli A-beta oligomeri, aggregati proteici altamente tossici che si accumulano all’interno delle cellule staminali del cervello. Il team è riuscito a neutralizzare gli A-beta oligomeri nel cervello di un topo malato di Alzheimer introducendo l’anticorpo A13 all’interno delle cellule staminali del cervello, riattivando la nascita di nuovi neuroni e ringiovanendo così il cervello. In particolare, i ricercatori hanno dimostrato come la strategia messa a punto nei laboratori dell’Ebri permetta di ristabilire la corretta neurogenesi nel modello di topo studiato, recuperando dell’80 per cento i difetti causati dalla patologia di Alzheimer nella fase iniziale. Lo studio interamente italiano, coordinato da Antonino Cattaneo, Giovanni Meli e Raffaella Scardigli, presso la Fondazione Ebri Rita Levi-Montalcini, in collaborazione con il Cnr la Scuola normale superiore e il dipartimento di Biologia dell’Università di Roma Tre, è stato pubblicato di recente sulla rivista ‘Cell death and differentiation’. “L’importanza di questa ricerca è duplice: da un lato – spiegano Scardigli e Meli - dimostriamo che la diminuzione di neurogenesi anticipa i segni patologici tipici dell’Alzheimer, e potrebbe quindi contribuire ad individuare tempestivamente l’insorgenza della malattia in una fase molto precoce; dall’altro, abbiamo anche osservato in vivo, nel cervello del topo, l’efficacia del nostro anticorpo nel neutralizzare gli A-beta oligomeri proprio all’interno dei neuroni”. Per la prima volta, infatti, sono stati intercettati e neutralizzati sul nascere i singoli ‘mattoncini tossici’ che formeranno le placche extracellulari di A-beta - attuale bersaglio terapeutico della malattia di Alzheimer -  prima che questi provochino un danno neuronale irreversibile. Questa ricerca pone dunque le basi per lo sviluppo di nuove strategie utili per la diagnosi e la terapia di questa malattia neurodegenerativa. “Riuscire a monitorare la neurogenesi nella popolazione adulta offrirà in futuro un potenziale strumento diagnostico per segnalare l’insorgenza dell’Alzheimer in uno stadio ancora molto precoce, cioè quando la malattia è clinicamente pre-sintomatica. Inoltre – conclude Cattaneo - l’utilizzo terapeutico dell’anticorpo A13 permetterà di neutralizzare gli A-beta oligomeri dentro i neuroni, laddove si formano per la prima volta, colpendo così l’evento più precoce possibile nell’evoluzione della patologia”. (MATILDE SCUDERI)

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