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Glaucoma, il killer della vistaun milione gli italiani a rischio

Novità interessanti per la diagnosi e la terapia del glaucoma arrivano dall’incontro a Milano in occasione del 2° congresso internazionale dell'Associazione Italiana per lo Studio del Glaucoma (Aisg)
di Maria Rita Montebelli domenica 25 marzo 2018

Professor Stefano Miglior, presidente Aisg

3' di lettura

Il glaucoma è una patologia cronica degenerativa che causa la perdita progressiva del campo visivo, dapprima periferica, fino all'annullamento completo della visione centrale, portando progressivamente alla cecità. Primo fattore di rischio per lo sviluppo del glaucoma e di danno per il nervo ottico è la pressione intraoculare elevata cui si associano l’età avanzata; la familiarità con il glaucoma; l’uso prolungato di alcuni medicinali, come i corticosteroidi; alcune condizioni cliniche fra cui il diabete, le patologie cardiovascolari. Il glaucoma è stato definito dall’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) una ‘patologia sociale’: questione di numeri importanti soprattutto – 55 milioni di glaucomatosi nel mondo, di cui 1 milione e 200 mila solo in Italia – benché si stimi ci sia molto di sommerso. Ovvero pazienti inconsapevoli portatori di malattia, che sfuggono alla diagnosi e al trattamento precoce della stessa. Diagnosi e trattamento precoce sono invece estremamente efficaci per arginare i danni della malattia. Tali danni sono particolarmente invalidanti e di interesse ‘sociale’ perché possono impattare sia sulla qualità della vita dei pazienti, ma anche della collettività in termini di costi di assistenza o di sicurezza per il prossimo, come nel caso in cui una persona con glaucoma avanzato si metta irresponsabilmente alla guida di un’auto. «Il glaucoma – spiega il professor Stefano Miglior, presidente dell'Associazione italiana per lo studio del glaucoma (Aisg) – che può iniziare a insorgere già a partire dai 40 anni sebbene non siamo esclusi casi di malattia congenita o fra i giovanissimi, è un killer silenzioso della vista, una piaga che determina un impatto drammatico sulla vita di centinaia di migliaia di italiani. Molti di loro arrivano dall'oculista quando la situazione è fortemente compromessa. Per questo, è necessario informare capillarmente sulla necessità di controlli periodici della vista per arrivare a una diagnosi precoce. Con le cure esistenti, è possibile rallentare l'evoluzione della malattia che altrimenti porta alla ipovisione grave e alla cecità». Per la diagnosi precoce si ‘mettono in luce’ strumenti innovativi che consentono di misurare il numero di cellule ganglionari presenti a livello retinico, altri che permettono di valutare lo stato delle fibre nervose retiniche e la loro eventuale deviazione patologica, dando possibili indicazioni sul passaggio da uno stato di semplice ipertensione oculare a malattia glaucomatosa franca. «Si tratta di strumenti sensibili e specifici molto efficaci - precisa il professor Luciano Quaranta, direttore del Centro di studio del glaucoma dell’Università di Brescia – sebbene ancora oggi il ‘gold standard’ per fare diagnosi di glaucoma resti l’esame del campo visivo. Un esame psicofisico che rileva la reazione e la percezione del paziente di fronte a determinati stimoli luminosi e che dà indicazione sull’evoluzione della malattia e/o la velocità con cui sta procedendo: informazioni utili al clinico per stabilire la corretta progressione nella perdita di campo visivo e dunque impostare adeguate scelte terapeutiche o modificare gli approcci terapeutici». Anche in ambito terapeutico si stanno profilando nuove opzioni di cura, sia mediche come nuovi colliri ad uso singolo o combinato, sia opportunità chirurgiche mini-invasive che si avvalgono prevalentemente di laser innovativi, fra cui il trattamento Trabeculoplastica Laser Selettiva (Slt), che consentono di ripristinare il corretto deflusso dell’umore acqueo, riducendo la pressione intraoculare. Non ultimi i device chirurgici che possono ‘normalizzare’ la pressione intraoculare, come i Minimal invasive glaucoma surgery (Migs), meno aggressivi della chirurgia tradizionale. Quest’ultima però continua a rappresentare l’opzione di prima scelta nel caso sia necessario ridurre in maniera molto significativa la pressione interna dell’occhio. «La chirurgia – conclude Quaranta – non deve più essere vista come ‘estrema ratio’ da proporre quando il danno è massimo e non vi siano altre opportunità di cura per il paziente, quanto piuttosto come scelta terapeutica tagliata su misura del paziente affinché, in caso  malattia, possa condurre una  buona qualità di vita». (EUGENIA SERMONTI)

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