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Pazienti difficili con epatite CGlecaprevir-pibrentasvir è ok

Novità dal congresso dell’Easl: la combinazione sviluppata da Abbvie contro l’Hcv passa la prova ‘real world’ e si dimostra efficace nei pazienti con insufficienza renale. Ma attenzione al sommerso…
di Maria Rita Montebelli domenica 22 aprile 2018

3' di lettura

Nuovi dati sull'associazione glecaprevir/pibrentasvir giungono dal congresso dell’Associazione europea per gli studi sul fegato (Easl) - uno degli eventi più importanti per l’epatologia mondiale - che si è concluso negli scorsi giorni a Parigi: sono stati infatti resi pubblici i risultati di due studi real world – uno effettuato in Italia, l’altro in Germania - inteso a indagare l’efficacia e la sicurezza della combinazione di glecaprevir/pibrentasvir - un trattamento pangenotipico privo di ribavirina sviluppato da Abbvie, che prevede una sola somministrazione al giorno - in pazienti affetti da infezioni croniche da virus dell’epatite C (Hcv). I risultati confermano gli alti tassi di soppressione virale e un elevato profilo di sicurezza del trattamento di 8/16 settimane, inoltre, a distanza di 4-12 settimane, l’Rna del virus è risultato non rilevabile. Anche pazienti ‘difficili’ come quelli in dialisi possono essere trattati con gli antivirali di nuova generazione e le nuove molecole sono efficaci al 100 per cento anche per solo 8 settimane. I pazienti difficili. A presentare i risultati dello studio Marcello Persico, direttore dell’unità di clinica medica ed epatologia dell’azienda ospedaliera universitaria San Giovanni di Dio Ruggi d’Aragona di Salerno. “Già da oltre un anno i nuovi antivirali contro l’epatite C – ha spiegato Persico nel corso di un focus sull’infezione dedicato alla stampa e organizzato da Abbvie – in particolare due, sono utilizzati nei pazienti con insufficienza renale cronica anche in dialisi. La grande novità è che mentre prima questi farmaci erano usati solo per pazienti con genotipo 1 e 4, oggi con il nuovo farmaco glecaprevir/pibrentasvir sul mercato, la terapia può essere utilizzata su tutti i genotipi. Come indica lo studio presentato a questo congresso – ha proseguito l’esperto – risulta efficace nei pazienti con insufficienza renale cronica ed epatite cronica non cirrotica anche per solo 8 settimane. Grande vantaggio per i pazienti difficili che, con le vecchie terapie, non si potevano trattare per gli effetti collaterali legati all’interferone e alla ribavirina”. Nel corso del focus si è parlato anche delle scelta di curare l’infezione prima oppure dopo il trapianto di rene. I nuovi farmaci, infatti, grazie alla possibilità di eradicare il virus, rendono possibile anche l’uso di organi positivi all’Hcv, con il vantaggio di ridurre le liste d’attesa. “Esistono pro e contro – ha spiegato Persico – nella possibilità di trattare con anti epatite C i pazienti in attesa di trapianto di reni. Stabilita la straordinaria efficacia dei farmaci, va sottolineato che, sebbene potrebbe essere utile per ridurre le liste d’attesa, trattare i pazienti dopo il trapianto utilizzando anche reni Hcv positivi, è pur vero che, dall’altro canto, curarli prima significherebbe evitare i controlli successivi. E quindi diminuire la spesa per i pazienti i dialisi. Nel nostro paese – ha proseguito – il comportamento non è univoco. La politica del trattamento post, consentendo ai medici di utilizzare anche organi positivi all’Hcv, negli Usa ha ridotto di tre volte il numero dei pazienti in lista d’attesa. E questo è un indubbio vantaggio. Ma il dibattito è aperto. Bisognerebbe sedersi attorno a un tavolo con le istituzioni e cercare di dare indicazioni univoche sul territorio nazionale” ha concluso. Il sommerso. Ci sono dunque ottimi motivi per dire che l’epatite C non è più spaventosa come un tempo. Occorre tuttavia lavorare sull’emersione del sommerso: “l’epidemiologia dell’epatite C è la nota dolente del nostro Paese. I numeri veri dei casi italiani purtroppo non li conosciamo. I dati esistenti sono vecchi, riferiti a studi ormai superati realizzati in aree limitate e oggi davvero poco affidabili. L’unica cosa che noi conosciamo è il numero dei pazienti già diagnosticati, circa 350 mila, dei quali circa 130 mila già trattati con i nuovi farmaci”. Lo ha spiegato Stefano Fagiuoli, direttore dell’unità complessa di gastroenterologia, epatologia e trapiantologia, Papa Giovanni XXIII di Bergamo, sottolineando l’importanza di non ‘adagiarsi sugli allori’. Perché contro l’epatite C non bisogna mai abbassare la guardia. (EUGENIA SERMONTI)

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